“Look! I’m telling you from my heart, our enemy is not the axe. It’s us, ourselves. If we could grow straight without bending, every axe would lose a handle, so we could save ourselves from being cut.
--So, from now on, we need to grow straight without bending, so that every axe will lose a handle”
Torna a casa tardi, col bisogno di togliersi di dosso l'odore dell'insuccesso. Non sveglia Marc che sta dormendo sul divano insieme a Martie, e si dimentica anche di mettere sotto carica il cellulare spento.
Quando esce dalla doccia, Marc si è svegliato e tiene in mano il proprio iPhone.
- Dov'eri? - Con degli amici. Che succede? - Tish.
Lui ha ancora gli occhi impastati dal sonno, le parole gli incespicano in bocca anche prima di superare i denti.
- E' caduta... lungo delle scale, è caduta.
Mare sbatte le palpebre. Ciò che per chiunque altro liquiderebbe con uno schiocco di dita, assume proporzioni catastrofiche quando si parla di ossa tanto fragili.
- E'...? - In ospedale. Mi ha chiamato Jules, tua madre è già lì. - Sally? - Lo stanno cercando.
Si trascina una mano tra i ricci bagnati. Marc fa lo stesso, pettinandoglieli indietro.
- Fai una valigia, ok? - Ok... - Io raccolgo un paio di favori e chiamo un Uber. - Ok... - Ci sei?
Mare alza gli occhi stralunati sul viso di lui.
- Non lo so. - Devi esserci. - Ok. - Andrà tutto bene. Torniamo a casa per un paio di giorni, giusto per vedere che sta bene. Ok? - Ok. - Ora fai la valigia.
Mare annuisce. Fa un passo indietro, poi si ricorda di qualcosa. Ne fa uno speculare in avanti, bacia Marc mentre le tremano i polsi di paura, poi lo lascia. Nella valigia si scorda di metterci tutte le cose fondamentali, ma ci infila dentro la propria copia di Hollow Bones.
Margaret Bauman è la prima sconosciuta che non inizia una conversazione sul suo libro esordendo con "mi dispiace molto per sua sorella". Pensa a questo mentre esce dal Macy's Center, la grande libreria al suo interno che ha rifiutato di prestare i suoi spazi a una presentazione di Hyperboreans appena svuotatasi dopo la presentazione dell'ennesimo libro moderato su come umani e superumani risolveranno tutti i loro problemi imparando a convivere. E' quello che dicono tutti - quello che dice il governo, la YGS, quello che dicono i media e tutti coloro che hanno una voce e un megafono abbastanza potente da farla sentire -. Dicono questo, ma non offrono progetti. Non offrono nulla che non sia la pacifica, implicita accettazione che per convivere siano i superumani a dover fare ogni singolo sacrificio. Il sottotesto, pensa Mare Sherman, è che siamo fortunati che ci consentano di vivere.
Mentre cerca la sua macchina in un enorme parcheggio sotterraneo pensa a Zygmunt Bauman e alla sua modernità liquida, chiedendosi cosa avrebbe pensato degli Stati Uniti del 2025, della frammentarietà della comunità mutante, di tutti i suoi suoni cacofonici e discordanti, delle stonature tra fratelli e sorelle che la tengono sveglia la notte. Chi rappresenta i superumani in modo riconoscibile? Il problema posto da Margaret le rimbomba nella testa con una tale energia che la mente la inganna, le fa sentire rumori che non ci sono, passi che cerca con gli occhi e non trova. Il cuore le batte nel petto come un tamburo, ma quello che ha attorno è solo un parcheggio sotterraneo. Deve rilassarsi: è solo un parcheggio sotterraneo, e nessuno vuole farle del male.
Nel mondo che voglio io, tu sei salvo. Si è lasciata alle spalle la rabbia, ma l'ostinazione con cui prova a convincere Benedict le fora ancora il cervello da parte a parte, e lei non può farci niente. Non può non pensare che lui ed Emma siano due liberali moderati assolutamente perfetti l'uno per l'altro, e allo stesso tempo non può fare a meno di credere che da qualche parte, nascosto dietro la vecchiaia che gli sembra essere scesa addosso negli ultimi mesi, Benedict Birkenhead sia ancora il rivoluzionario anarchico che le aveva fatto credere di essere una vita prima. Di avere, dentro di sé, la forza di un uomo disposto a vivere con l'incubo di un mondo che viene demolito con null'altro che la promessa che su quelle macerie verrà costruito qualcosa di migliore. Nel mondo che voglio io, lo sei anche tu. Mentre entra in macchina e accende il motore, una consapevolezza improvvisa la fa ridere: stanno morendo entrambi, stanno morendo più rapidamente di tutti gli altri, ed è altamente improbabile che nessuno dei due veda il mondo che vogliono. O che si salvino, per quello che vale.
Jody gliel'ha detto: che vede nelle persone quello che potrebbero essere piuttosto che ciò che sono veramente. Vive e ama in potenza: quando apre gli occhi su Jody, tutto ciò che è a lungo riuscita a vedere è la sua forza di volontà ferrea, il suo senso di lealtà, il coraggio e la sua natura. Ha visto la madre affezionata e la telecineta che potrebbe rendere la Casa Bianca un cumulo di macerie il giorno della rivoluzione. Ha scelto di ignorare il dolore lancinante del sentirsi tradita, del sentirsi messa sotto scacco dalle circostanze, dalle minacce di Raul Vazquez, dalla decisione di non esporsi tanto da far intervenire la Fenice a sua protezione. E se anche quella pazienza a cui è costretta si sta sciogliendo come cerca sotto il fuoco, quando snocciola la lista di abusi subiti il suo è l'unico nome che non riesce a pronunciare.
Si ritrova sulla porta di casa senza neanche ricordarsi come ci è arrivata. Gira le chiavi e scivola all'interno, sentendosi all'improvviso esausta. Marc è seduto sul bordo del divano e guarda un notiziario, e lei gli sorride senza guardare nemmeno lo schermo.
- Ma hai sentito? Un palazzo intero nella Old City... crollato dal nulla, e la polizia... - Spegni la tv, dai. - Com'è stata la presentazione? - Come tutte le altre.
Si toglie di dosso la giacca e le scarpe, poggia una carezza tra le orecchie di Martie e si lascia cadere accanto a Marcus, sotto il suo braccio. Lui le passa distrattamente una mano tra i capelli tenendo gli occhi sul televisore, lei gli disegna una traccia di baci tiepidi sul collo.
- Sono morte delle persone. - Andiamo da qualche parte domani? - Domani registro con i ragazzi. - Pensavo stessi ancora lavorando ai testi. - Lo sto facendo. - Ti serve aiuto?
Marcus soffia tra le labbra una risata netta, schietta e avvelenata.
- Stai scherzando. - No, ma non fa niente. Almeno puoi suonarmi il pezzo a cui stavamo lavorando insieme a New York, mesi fa? I'll try anything once? - Alla fine lo abbiamo scartato. Era troppo lento, l'abbiamo ribaltato. Ora si chiama You only live once. - Me lo fai sentire? - Quale? - Il primo. Il nostro. Finiamolo. - Non lo registreremo. - Non importa.
Marc le getta addosso un'occhiata piena di diffidenza. Lei può sentirne i muscoli irrigidirsi. Sospira e si tira indietro, lasciandogli una carezza su un braccio.
- E' l'unica canzone...
Sospira. Prosegue a fatica, mentre Marc la guarda con la coda dell'occhio, come un animale ferito.
- E' l'unica canzone che non parla di qualcosa di sbagliato che abbiamo fatto. Esplicitamente, o implicitamente. Non parla di tradimenti, di rabbia, di delusione, di desolazione o di come ci siamo fatti male. E' l'unica canzone che dice soltanto: avevamo molte scelte, e ne abbiamo fatte alcune. Abbiamo fatto quello che hanno fatto tutti gli altri, e non siamo speciali per questo.
Marc ride piano e scuote il capo. Spinge i gomiti sulle ginocchia e affonda il volto tra le mani. Vi strofina sopra i palmi come se volesse fargli prendere fuoco.
- Per me - geme dopo un po' - per me è un pezzo su come tutti quanti moriremo. E su come tu sei... - si interrompe - eri - riprende - l'unico sollievo che riuscivo a trovare. L'idea che un giorno avremmo trovato una strada per rincontrarci. E stare insieme.
Ruota il capo verso di lei, sporto in avanti. Sorride di amarezza. Rimangono a guardarsi in un silenzio di cocci e vetri finché uno non si stanca e va al letto per primo, chiedendosi quanto tempo ci metterà l'altro a raggiungerlo.
- Hai letto il mio libro? - Certo che sì, è sul mio comodino. Se sempre così brava. Questa settimana lo finisco. Di che parla? - Non l'avevi già iniziato? - Certo, certo, intendo come finisce. Vado a pensare in spiaggia dieci minuti, se tua madre mi cerca dimmi che non mi hai visto. - Mia madre...? - Bea, intendo Bea. Ci vediamo dopo, baby girl.
E se ne va.
- - -
La discussione con sua madre avviene il giorno prima. Va lei a prenderla in macchina all'aeroporto. E' dietro il volante in un'utilitaria senza autista: già questo dovrebbe farle squillare qualche allarme dietro la nuca, e lo fa. Carica la propria valigia in macchina, ignorando i paparazzi che seguono Rachel Carson ovunque. Non le chiede nemmeno se è stato un buon viaggio. Rimangono in macchina in silenzio, finché non è lei a decidere che è ora di parlare.
- E' la tragedia di ogni genitore adottivo. Dai un figlio ogni cosa, ma non è mai abbastanza. Ogni volta che qualcosa andrà male, nella sua testa starai competendo contro l'immagine idealizzata dei suoi genitori naturali. E non importa quanto fossero terribili, inadatti, infelici: vinceranno sempre loro.
Mare rimane in silenzio, si guarda le ginocchia.
- Certo, la maggior parte delle persone non deve poi vedere il proprio dolore romanzato, e il suo personaggio incattivito perché possa essere un buon villain in un libro. - Non è quello che ho scritto. - Non lo è? Tutto ciò di cui i giornali hanno parlato negli ultimi due giorni è di quanto Sally Sherman e Rachel Carson siano stati genitori inadeguati. - Non sono giornali, sono tabloid. - E se posso capirlo per tuo padre, io ho fatto tutto ciò che ho potuto, Mirabe. Sono stata lontana dall'essere perfetta, ma vi ho dato una casa, vi ho pagato un'istruzione eccellente, vi ho permesso di esplorare ogni cosa che voleste fare, comprese quelle che non capivo. A nessuno è concessa una vita perfetta, Mirabe. Ma se una vita perfetta esiste, la tua ci si è sicuramente avvicinata.
Mare non risponde. Punta un gomito contro il finestrino e si sfiora la fronte con le dita. Guarda la strada scorrere per un lasso di tempo che sembra infinito.
- Hai fatto tutto quello che hai potuto. Non ho più l'età per avercela con te per non essere una persona diversa da chi sei, mamma. - Ce l'hai con me perché sono un'umana.
La voce di Rachel trema di rabbia.
- Perché pensi che io non possa capirti. Non ho bisogno di leggerlo in un libro per sapere chi sei. Anche se vuoi creare una Nazione tua pur di tenermi lontana... sei mia figlia.
Mare le guarda il profilo. Sono anni che non la vede con gli occhi genuinamente lucidi.
- Sei mia figlia.
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Forse chiede ad Emma di venire con lei in spiaggia perché non vuole saperla sola, forse perché vuole mostrarle chi è veramente (una persona con un paio d'ali). Forse vuole dimostrare a se stessa che può fidarsi di un'umana al punto di usare i propri poteri di fronte a lei senza temere di essere denunciata all'SCF. Tish, più tardi, le dirà che Emma le piace, mentre Little Rob, l'agente di suo padre che la conosce fin da bambina, le dirà che non si è perso l'acume di presentarsi al matrimonio con una donna (abbastanza da stuzzicare l'interesse voyeur dei media) ma umana (abbastanza da rassicurare sul fatto che non sia fatta della pasta dei genocidi, e che gli umani non hanno motivo di temerla).
Pensa a Routh tutta la sera. Ha messo anche il suo nome sul biglietto del regalo di nozze che ha scelto praticamente da sola. Lei non ha potuto fare a meno di chiedersi se non abbia deciso di andare in California con loro perché avesse percepito che qualcosa sarebbe andato male, che la loro amicizia aveva una data di scadenza. Non riesce a togliersi dalla retina l'immagine impressa delle sue spalle mentre esce da Mutiny un'ultima volta, e non può bere per sfumarne i colori.
- - -
Ma quella mattina, quando è pronta ad andare a dormire esausta dal volo con Tish stretta contro il petto, le minacce di Victor tornano a tormentarla. Più ancora che la paura di essere scoperta, più ancora che l'istinto di sopravvivenza, è la sensazione di isolamento a tenerla sulle braci. A farle male. Mutiny non ha più l'aspetto che aveva una volta, e per tutti quelli che sono arrivati altrettanti se ne stanno andando. Ross seguirà Routh, ne è quasi sicura. Nicholas è ormai lontano da più tempo di quanto riesce a ricordare, dalla questione del Quartiere Mutante, e forse questa goccia sarà quella che farà traboccare il vaso della sua tolleranza. In California non è più la benvenuta, ha perso Marc per colpa propria, e ora anche il cuore delle operazioni della Fenice è diventato un posto poco sicuro. Inara l'ha pregata di non andarsene, le ha garantito che non avrebbe risolto nessun problema così. Che con il tempo. Mentre Victor accusava Zelda Cassidy di essere sfuggente e indegna di fiducia, Mare Sherman si rendeva conto di non conoscerlo, di non conoscere veramente nessuno tra quelle quattro mura. Di non avere nessuno, e di non poterlo avere senza correre rischi a cui non è disposta a cedere.
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Allora va da Marc. Emma è andata a dormire e così Jules e Tish, piena di lividi ma felice. Affonda le dita nella sabbia e gli dice: "parliamo". Lui, con la cravatta allentata e la giacca tutta sgualcita, si trascina i palmi sul viso e dice "sono stanco di parlare".
"Ok", lei accetta docilmente. "Allora non dire niente. Torna sulla East Coast con me. Vivi nella mia casa, dormi nel mio letto, porta a spasso il mio cane quando io non posso." Marc soffia tra i denti un sorriso frastornato. All'orizzonte albeggia.
- Pensavo fossi lo stronzo per cui non ci sarà posto nel tuo fazzoletto di terra di merda per soli mutanti.
- Non ci sarà. E' per questo che dovremmo stare un po' insieme, intanto che possiamo.
- Come faccio a sapere che non cambierai idea da qui alla Pennsylvania?
- Te lo prometto. Stai incidendo un album a New York, tutto s'incastra.
- E perché pensi che io sia disposto a darti un'altra chance? Dopo tutto questo.
- Perché io ne ho date tante altre a te.
Il giorno prima, in un'intervista, il giornalista di Rolling Stone gli ha chiesto ironicamente come ci si sentisse a traumatizzare così tanto le proprie fidanzate da spingerle a teorizzare la creazione di una Nazione che sia a lui virtualmente irraggiungibile e poi, più seriamente, con un ammiccamento complice, gli ha chiesto come fosse stare come una mutante. Tra le lenzuola. Lui ha riso ed è stato al gioco, ha raccontato un aneddoto piccante senza fare nomi, e si è reso conto che avrebbe dovuto sentirsi in colpa solo diverse ore più tardi. Gli ha ricordato di non essere mai stato perfetto, e allo stesso tempo con quale odiosa ossessione quella donna gli è rimasta nella vita.
- Allora, vieni? Ti ho già comprato il biglietto.
Lui le passa un braccio dietro la schiena e sospira, continuando a guardare il cielo senza risponderle.
01:38Mare[Locale]«la reazione di Routh non la coglie di sorpresa, ma non per questo le pesa meno sulle spalle. Prende un respiro profondo e si passa una mano sul viso, poi tra i capelli. E' quella che tiene la sigaretta, e per un attimo quasi rischia di bruciarsi.»pensavo che... avrei indossato abiti più dignitosi, quando avremmo avuto questa conversazione.«la voce le si strozza quasi sulle ultime parole, il sarcasmo è piuttosto nervoso. Prende un respiro profondo e si costringe a tirare dritta la schiena, allineare le spalle. Ancora seduta, si orienta meglio verso l'enchanter al suo fianco.»ma Routh, guardaci: c'è una dissonanza in quello che ci accade attorno, è assordante. Veniamo usati per salvare - salvare, non conservare: salvare - il mondo, i mondi. Veniamo usati nell'SCF, veniamo usati quando è conveniente, quando possiamo rischiare la vita per il bene comune. E allo stesso modo non godiamo di privacy, di libertà personale-- no, non è neanche una questione di libertà, ma di giustizia. Non godiamo della basilare giustizia e dignità che dovrebbero essere garantite a ogni essere umano. E cambiare un articolo del VPA o protestare contro l'SSA non cambierà questa verità fondamentale: che ci usano come bestie da soma, e alla fine della giornata ci riconducono nel recinto e lo chiudono con due giri di catena.«solleva appena il mento, respira a fondo. Le pupille sono ferme e le iridi verdi che le circondano tremano.»ma adesso basta. Anche se sarà doloroso: adesso basta.
- - -
Don't it look like rain, mama
Don't it look so cold outside
All the people seem scared and tired
And all the stars seem alight
There's no use in the air, anymore mama
There's no use in their eyes
I just come to say it's over
I just come to say goodbye
I won't compete with the absent
I won't compete for the prize
All them faces are glowing, mama
You can't see what's inside
There's no use for them being anymore
They got the calls in their eyes
It seems a waste to be careless, mama
There's no-one here left to fight
Something - give me something, we're fallin away
Through the minds and the notions we've only depraved
Dopo questo punto non ci sarà ritorno. Fermati. Dopo questo punto non potrai tornare indietro.
"Porterai il peso di questa esecuzione, tormenterò i tuoi sogni perché tu possa ricordare che hai spento la vita di chi ha sempre e solo voluto dare voce alla protesta. Ricordalo, J. Doe "
Dopo di questo non c'è più niente di dolce, di buono. Ci sono solo fuochi che bruciano senza riscaldare. I palmi soffocano, non accarezzano. L'acqua non culla ma affoga. La lotta per i tuoi fratelli diventa una lotta fratricida.
"Hai ragione, Dana Cavendish: non ti dimenticherò mai, e ti sognerò ogni notte."
Puoi ancora tornare indietro. Nessuno te l'ha chiesto. Nessuno ha chiesto che sia tu a farlo.
"Questo te lo posso promettere."
Dopo di questo non c'è nessuna regola. Nessuno schema. Sei solo tu, il tuo senso di colpa, i tuoi obiettivi. E se fallirai nel realizzarli, tutto questo sarà stato inutile. Non esiste più niente, adesso, all'infuori di questo.
Te lo prometto.
Apre gli occhi, non ci riesce, li richiude. L'ultima persona che ricorda Xander, il suo torace enorme, il suo viso sfigurato dall'ustione. Si cerca con le mani il petto, ma sotto i polpastrelli sente soltanto una fanghiglia umida di sangue addensato, di carne sciolta. Le fa così male che sviene di nuovo, poi si risveglia. Continua lo stesso iter per un tempo infinito, finché l'anestesia non la butta definitivamente giù.
- - -
REPERTO B
Una volta l'ha tradito anche lei, ma per vendetta. L'Hollywood Snitch aveva pubblicato delle foto telescopiche di lui su uno yacht con un'altra, stesi al sole in atteggiamenti poco fraintendibili. Non che non glielo avessero detto: i tour europei funzionano così, e per lui era il primo. Lei non ci aveva creduto, illogicamente sicura della loro relazione. Aveva passato due giorni a ignorare le sue chiamate e a studiare con maniacale attenzione se il modo in cui lui le teneva i fianchi, le accarezzava i capelli, le stava tra le cosce somigliasse al modo in cui teneva i fianchi, accarezzava i capelli o stava nelle cosce a lei. Con ancora maggiore cura aveva cercato di valutare quanti centimetri di altezza avesse più di lei, quanti chili di meno, se il seno fosse vero o rifatto, se i capelli rossi fossero tinti o genetici. Aveva pianto di rabbia e di umiliazione tanto da preoccupare addirittura i suoi genitori disattenti.
Il terzo giorno si alzò e aspettò la sera. Si truccò, si mise dei tacchi alti e nell'uscire con il primo nome dei suoi contatti non si preoccupò neanche di evitare i paparazzi: anzi, passò loro attraverso. Ad oggi, il ricordo dei due giorni successivi rimane confuso. Il primo contatto della sua lista, cancellato. Quel senso di umiliazione arrabbiata, invece, ha trovato nuove forme e nuove origini. Concime diverso. Ma non smette ancora di avvelenarla.
- - -
Il primo ad arrivare in ospedale è il suo nuovo emergency contact: Michael Clarke, l'editor di Hyperboreans. Mel da quando lei l'ha ritrovato a Philadelphia. Lui fa tutte le cose giuste: arriva il prima possibile, parla con i medici, corre dietro alla sua barella, aspetta. Non è così grave, gli dicono, ma quando l'ustione sarà del tutto curata richiederà un'operazione chirurgica per ricostruire ciò che è stato rovinato. Mel fa tutte le cose giuste: si volta dall'altra parte quando le fasciano il petto bruciato, si trascina le dita nei capelli e si strofina i palmi sul volto, le sfiora le dita senza avere il coraggio di prenderle, le parla come se potesse sentirlo. Ma Mel è acqua e non sa stare mai nello stesso posto, scivola tra le fessure, ciò che un attimo lo contiene è vuoto il momento successivo. Fa quindi tutte le cose giuste, tranne una: chiama il numero rapido 2 sul cellulare di lei.
- - -
Gli incubi la accompagnano per tutto il tempo, o almeno così pensa quando scivola in una veglia raggiunta con le palpebre pesanti e tutti i pensieri confusi in testa. Non appena mette a fuoco il profilo di chi le è affianco, chiude di nuovo gli occhi e singhiozza un'unica volta. Marc singhiozza a sua volta, seduto su una sedia con i piedi poggiati in fondo al letto e le braccia conserte. Sembra un adolescente offeso, addolorato. "Sei ancora, sei sempre la stronza che mi ha spezzato il cuore", le chiarisce mortalmente serio. "Ma a quanto pare il mondo sta per finire, e nemmeno due come noi meritano di crepare da soli."
Lei ride, le lacrime le scivolano lungo le tempie.
"Sai di cosa ho paura?", gli chiede. Marc scuote il capo. "Ho paura", continua lei, "che il giorno arriverà, e poi passerà. Noi saremo le stesse persone, e non una singola cosa cambierà. Sarà tutto identico."
Deglutisce, la gola le fa male.
"Ho paura", rinizia, la voce le si spezza in gola. "-- Che il mondo non finirà. Che saremo tutti condannati a vivere. E' di questo che ho paura."
- Secondo me è una cazzata che è nata in testa a tua madre... stavi bene, stavi lavorando.
Marcus è un ragazzotto senza rughe tra i ventitré e i ventiquattro anni, e quanto è successo negli ultimi mesi gli pare ridicolo. Lui e Mare Sherman si conoscono da nemmeno un anno, ma nella loro amicizia hanno bruciato le tappe, e lui è sempre stato brillante nel conquistare l'attenzione. Tamburella le dita sul tavolo che li divide, guardandosi attorno con diffidenza. Gli sembra l'ora di visita di una prigione di bassa sicurezza.
- Tu come stai...? - Dico, ti prendono e ti buttano in questa gabbia e tu dovresti starci? Tu come ti senti? Ti senti bene, no? - Sì... sì, certo. Non dovrei essere qui, sto bene.
Mare Sherman sorride. Ha diciassette anni e alle spalle mesi a girare il film che sicuramente la metterà sui radar di Hollywood, al Sundance Film Festival, chissà che non riescano ad arrivare ai Golden Globes. Sta già pensando agli abiti. Si avvolge le braccia sotto il petto e stringe. E' sottile, tutta spigoli.
- Insomma è normale che tu sia dimagrita, te l'hanno chiesto per il film, era contrattuale, no? Non che io ci capisca un cazzo... - Il film l'hai visto? - Sì, come no. Ci sono andato due volte, era pieno. - A te è piaciuto?
Marc sorride di un sorriso obliquo, molesto.
- Damn you were hot in that. Sono dovuto andare a farmi una doccia fredda, quando sono uscito dalla sala.
Mare ride piano, a Marc sembra lusingata, ma anche distratta. Forse per quello le prende un polso e le passa le dita ruvide di calli sulle nocche, senza rendersi conto che sono bluastre.
- E se ti porto via di qui?
Mare lo guarda in silenzio.
- Facciamo un viaggio, ho la macchina parcheggiata qua dietro. - Per andare dove? - Ovunque. - E' un po' generico. - Tijuana, andiamo a Tijuana.
Mare ride.
- Che cosa c'è a Tijuana? - Noi, appena arriveremo. - Non so, Marc... hanno una politica poco permissiva, qui. - Meglio: sarà una fuga, come nei film, mh? Ti va?
Le tamburella i polpastrelli sulle nocche, esigendo una risposta. Mare oscilla il capo, guarda indietro. Ha capelli ricci e lunghi, gonfi, ma prima non erano così secchi. Torna a guardare lui. Sorride.
- Ok.
- - -
Dieci giorni dopo, Sally Sherman è irreperibile, ma Rachel li raggiunge all'ospedale di San Diego in tempi record. Mentre delle infermiere ragionano tra loro se sia il caso di chiederle un autografo adesso o più tardi, Marcus la accoglie freneticamente colpevole, alzandosi in piedi non appena sente il rumore dei suoi tacchi. Terrorizzata dalla telefonata che ha ricevuto poche ore prima, gira su se stessa alla ricerca di medici che, con faccia composta e voce placida, la rassicurano più tardi che sua figlia dovrebbe essere fuori pericolo, ma ha bisogno di un serio programma di recupero perché l'insufficienza cardiaca che le ha fatto perdere conoscenza avrebbe potuto facilmente ucciderla. Marcus ascolta da lontano le sillabe gra-ve-de-nu-tri-zio-ne scandite più volte, e gli gira la testa con una violenza che farebbe pensare stia per avere un'insufficienza cardiaca anche lui. Superato il terrore di aver ucciso Mare, rimane l'ansia sibillino di aver quasi ucciso Mirabe Sherman, l'unica persona che conosce in grado di prendere i suoi sogni feroci, modellarli nella creta e renderli realtà.
Si intrufola nella stanza ore dopo, quando Rachel si allontana per prendere un caffè. Lei è attaccata a un respiratore, la vista gli fa stringere lo stomaco. Si ferma al fianco del suo letto e le accarezza le dita. Sono blu, ed è la prima volta che se ne rende conto. All'improvviso tutte le cose che ha ignorato si compongono in un quadro che rende un'immagine così chiara da farlo sentire un'idiota per non averla vista. L'insonnia la notte, le occasionali vertigini, il respiro affaticato, l'assicurazione di aver già mangiato. I brividi costanti nonostante i venticinque gradi di Tijuana.
L'immagine rubata dalla porta schiusa del bagno, uno scorcio di lei seminuda che si misura il girovita con i palmi aperti, guardandosi allo specchio. La ferita tra le scapole e le costole esposte a una luce bianca, impietosa. E poi, due giorni dopo, il modo in cui gli occhi le si sono ribaltati nel cranio un attimo prima che cadesse sulla soglia del bar in cui stavano entrando.
Vorrebbe sedersi accanto a lei, ma ha paura di fare un movimento sbagliato e romperla. Per cui rimane al suo capezzale, in piedi come uno stoccafisso, finché Rachel non è di ritorno e lo caccia a male parole, dicendogli di togliersi di torno e di non farsi più vedere.