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martedì 7 marzo 2017

California Bride


Suo padre è il più facile.

- Hai letto il mio libro?
- Certo che sì, è sul mio comodino. Se sempre così brava. Questa settimana lo finisco. Di che parla?
- Non l'avevi già iniziato?
- Certo, certo, intendo come finisce. Vado a pensare in spiaggia dieci minuti, se tua madre mi cerca dimmi che non mi hai visto.
- Mia madre...?
- Bea, intendo Bea. Ci vediamo dopo, baby girl.

E se ne va.

- - -

La discussione con sua madre avviene il giorno prima. Va lei a prenderla in macchina all'aeroporto. E' dietro il volante in un'utilitaria senza autista: già questo dovrebbe farle squillare qualche allarme dietro la nuca, e lo fa. Carica la propria valigia in macchina, ignorando i paparazzi che seguono Rachel Carson ovunque. Non le chiede nemmeno se è stato un buon viaggio. Rimangono in macchina in silenzio, finché non è lei a decidere che è ora di parlare.

- E' la tragedia di ogni genitore adottivo. Dai un figlio ogni cosa, ma non è mai abbastanza. Ogni volta che qualcosa andrà male, nella sua testa starai competendo contro l'immagine idealizzata dei suoi genitori naturali. E non importa quanto fossero terribili, inadatti, infelici: vinceranno sempre loro.

Mare rimane in silenzio, si guarda le ginocchia.

- Certo, la maggior parte delle persone non deve poi vedere il proprio dolore romanzato, e il suo personaggio incattivito perché possa essere un buon villain in un libro.
- Non è quello che ho scritto.
- Non lo è? Tutto ciò di cui i giornali hanno parlato negli ultimi due giorni è di quanto Sally Sherman e Rachel Carson siano stati genitori inadeguati.
- Non sono giornali, sono tabloid.
- E se posso capirlo per tuo padre, io ho fatto tutto ciò che ho potuto, Mirabe. Sono stata lontana dall'essere perfetta, ma vi ho dato una casa, vi ho pagato un'istruzione eccellente, vi ho permesso di esplorare ogni cosa che voleste fare, comprese quelle che non capivo. A nessuno è concessa una vita perfetta, Mirabe. Ma se una vita perfetta esiste, la tua ci si è sicuramente avvicinata.

Mare non risponde. Punta un gomito contro il finestrino e si sfiora la fronte con le dita. Guarda la strada scorrere per un lasso di tempo che sembra infinito.

- Hai fatto tutto quello che hai potuto. Non ho più l'età per avercela con te per non essere una persona diversa da chi sei, mamma. 
- Ce l'hai con me perché sono un'umana.

La voce di Rachel trema di rabbia.

- Perché pensi che io non possa capirti. Non ho bisogno di leggerlo in un libro per sapere chi sei. Anche se vuoi creare una Nazione tua pur di tenermi lontana... sei mia figlia.

Mare le guarda il profilo. Sono anni che non la vede con gli occhi genuinamente lucidi.

- Sei mia figlia. 

- - -

Forse chiede ad Emma di venire con lei in spiaggia perché non vuole saperla sola, forse perché vuole mostrarle chi è veramente (una persona con un paio d'ali). Forse vuole dimostrare a se stessa che può fidarsi di un'umana al punto di usare i propri poteri di fronte a lei senza temere di essere denunciata all'SCF. Tish, più tardi, le dirà che Emma le piace, mentre Little Rob, l'agente di suo padre che la conosce fin da bambina, le dirà che non si è perso l'acume di presentarsi al matrimonio con una donna (abbastanza da stuzzicare l'interesse voyeur dei media) ma umana (abbastanza da rassicurare sul fatto che non sia fatta della pasta dei genocidi, e che gli umani non hanno motivo di temerla).

Pensa a Routh tutta la sera. Ha messo anche il suo nome sul biglietto del regalo di nozze che ha scelto praticamente da sola. Lei non ha potuto fare a meno di chiedersi se non abbia deciso di andare in California con loro perché avesse percepito che qualcosa sarebbe andato male, che la loro amicizia aveva una data di scadenza. Non riesce a togliersi dalla retina l'immagine impressa delle sue spalle mentre esce da Mutiny un'ultima volta, e non può bere per sfumarne i colori.

- - -

Ma quella mattina, quando è pronta ad andare a dormire esausta dal volo con Tish stretta contro il petto, le minacce di Victor tornano a tormentarla. Più ancora che la paura di essere scoperta, più ancora che l'istinto di sopravvivenza, è la sensazione di isolamento a tenerla sulle braci. A farle male. Mutiny non ha più l'aspetto che aveva una volta, e per tutti quelli che sono arrivati altrettanti se ne stanno andando. Ross seguirà Routh, ne è quasi sicura. Nicholas è ormai lontano da più tempo di quanto riesce a ricordare, dalla questione del Quartiere Mutante, e forse questa goccia sarà quella che farà traboccare il vaso della sua tolleranza. In California non è più la benvenuta, ha perso Marc per colpa propria, e ora anche il cuore delle operazioni della Fenice è diventato un posto poco sicuro. Inara l'ha pregata di non andarsene, le ha garantito che non avrebbe risolto nessun problema così. Che con il tempo. Mentre Victor accusava Zelda Cassidy di essere sfuggente e indegna di fiducia, Mare Sherman si rendeva conto di non conoscerlo, di non conoscere veramente nessuno tra quelle quattro mura. Di non avere nessuno, e di non poterlo avere senza correre rischi a cui non è disposta a cedere.

- - -

Allora va da Marc. Emma è andata a dormire e così Jules e Tish, piena di lividi ma felice. Affonda le dita nella sabbia e gli dice: "parliamo". Lui, con la cravatta allentata e la giacca tutta sgualcita, si trascina i palmi sul viso e dice "sono stanco di parlare". 

"Ok", lei accetta docilmente. "Allora non dire niente. Torna sulla East Coast con me. Vivi nella mia casa, dormi nel mio letto, porta a spasso il mio cane quando io non posso." Marc soffia tra i denti un sorriso frastornato. All'orizzonte albeggia.

- Pensavo fossi lo stronzo per cui non ci sarà posto nel tuo fazzoletto di terra di merda per soli mutanti.
- Non ci sarà. E' per questo che dovremmo stare un po' insieme, intanto che possiamo.
- Come faccio a sapere che non cambierai idea da qui alla Pennsylvania?
- Te lo prometto. Stai incidendo un album a New York, tutto s'incastra.
- E perché pensi che io sia disposto a darti un'altra chance? Dopo tutto questo.
- Perché io ne ho date tante altre a te.

Il giorno prima, in un'intervista, il giornalista di Rolling Stone gli ha chiesto ironicamente come ci si sentisse a traumatizzare così tanto le proprie fidanzate da spingerle a teorizzare la creazione di una Nazione che sia a lui virtualmente irraggiungibile e poi, più seriamente, con un ammiccamento complice, gli ha chiesto come fosse stare come una mutante. Tra le lenzuola. Lui ha riso ed è stato al gioco, ha raccontato un aneddoto piccante senza fare nomi, e si è reso conto che avrebbe dovuto sentirsi in colpa solo diverse ore più tardi. Gli ha ricordato di non essere mai stato perfetto, e allo stesso tempo con quale odiosa ossessione quella donna gli è rimasta nella vita.

- Allora, vieni? Ti ho già comprato il biglietto.

Lui le passa un braccio dietro la schiena e sospira, continuando a guardare il cielo senza risponderle.



martedì 10 gennaio 2017

Graceful Roots


Quando incocca lo sguardo con Benedict, spera in cuor suo che la colpa sia sua - e lui deve star pensando la stessa identica cosa. La responsabilità è una brutta bestia, e lei non vuole quella di aver quasi ucciso Routh Graced, di nuovo. Ha indugiato fuori dalla porta perché temeva di trovarle finalmente giustizia, ma invece nei suoi occhi appannati dall'anestesia ha trovato l'unica cosa che lei le abbia mai donato: grazia. Pur pensando di non meritarsela, le si è stesa accanto e le ha raccontato di sua madre, la prima, quella di cui non pronuncia il nome da anni e che da anni si è guadagnata un tiepido oblio nella sua memoria. Ma per Routh la rispolvera, e a Routh la offre, forse perché in fondo non ha più davvero nulla da darle.

In Emma c'è qualcosa di schiettamente pulito. Chiusa nell'abitacolo della propria berlina, si lascia irretire dai suoi lineamenti, dalle sue parole. Immagina quanto deve star bene in un abito da cocktail, le chiede conto della sua vita e poi consegna frammenti della sua, cercando di strapparle una reazione contrariata. Ma non le trova niente di simile addosso: dice, anzi, di poter capire. La sta blandendo, le sta dando corda? Oppure è sincera? Quando dice di aver imparato ad accettarsi così com'è, Mare sente per un attimo il bisogno di misurarsi il girovita con le mani. Invece fuma. Dovrebbe davvero smettere. Due ore dopo, quando è di nuovo in macchina, fa ripartire il Greatest Hits di Sally Sherman e inizia a cantare con lui.

I saw my baby, she was turning blue, oh I know that soon her young life was through. And so I got down on my knees, down by her bed, and these are the words to her I said: everything will be all right, tonight, everything will be all right. Mentre la canta tamburella con le dita sul volante, rilassa la nuca sul poggiatesta, guarda nello specchietto retrovisore gli abbaglianti che rischiano di accecarla. Cosa ha vissuto Sally prima di Hollywood? Quando era un'adolescente dovette chiederlo a sua madre, e quando lei evase la risposta andò su internet e guardò ogni singola intervista che avesse mai rilasciato negli ultimi quindici anni alla ricerca di qualche indizio. Sapeva fosse del Michigan, e il nome della sua città natale. Sapeva fosse arrivato in California senza un quattrino - riguardando indietro, ha sempre pensato fosse il motivo per cui fosse sempre andato d'accordo con Marc -, sapeva che era quasi morto più di una volta - altre ne sarebbero venute con lei al suo capezzale -. Ma perché non sapeva neanche se suo padre avesse dei fratelli, dei nipoti? Perché non aveva mai conosciuto i suoi nonni? Perché, pur conoscendo a memoria il suo intero repertorio, non sapeva di chi parlassero metà delle sue canzoni?

Jake è un uomo molto infelice e molto insoddisfatto, è per questo che a volte si comporta in maniera... eccentrica, o pericolosa. Per favore, non pensate di entrarci nulla: certe cose vengono da prima di voi. Rachel le aveva messe a sedere e aveva spiegato loro, nel modo più semplice che potesse riuscire a inventare, i motivi del divorzio. Mare ne aveva guardato le lacrime trattenute a stento senza particolare trasporto, e si era invece chiesta se avrebbe dovuto spiegare a sua madre che anche loro, lei e Tish, avevano cose che venivano prima di voi. Prima di Berverly Hills c'era stata San Bernardino, e prima di Jake "Sally" Sherman e Rachel Carson c'erano altre facce, altre persone, un intero universo affettivo scadente agli occhi dei servizi sociali, ma più che sufficiente per le gemelle...

... Le gemelle Sherman, le bellissime gemelle Sherman. Mancano poche settimane al matrimonio di Tish, e Rachel è riuscita a convincerla a sposarsi a L.A. chiedendole quasi in ginocchio di permetterle di organizzare una festa vera, una festa con tutti. Mare può immaginare Tish vibrare di incertezza, ma alla fine accettare, decidere di fare felice i suoi genitori un'ultima volta, e forse la prima da anni e anni a questa parte. Ci saranno tutti. Un universo che si è lasciata alle spalle e che dovrà riprendere in mano. Una persona che ha smesso di essere da tempo, e a cui da tempo le fa male pensare. Un universo di possibilità chiuso senza che nessuno a parte lei ne sia a conoscenza.

Le rivoluzioni partono da dentro, e la prima avvocatessa della rivoluzione ha ribaltato la sua vita come fosse un vecchio materasso troppo impolverato. Cos'altro avrebbe potuto fare? Rassegnarsi ad avere figli che non potrebbe comunque vedere crescere, sposare una persona destinata a rimanere vedova e poi sedere alla finestra, alla finestra guardare il suo popolo in catene, i suoi figli umiliati, la sua intera identità demonizzata.

Per essere un uomo irrequieto, Mel è sorprendentemente paziente quando si tratta di aspettarla. Se non risponde a casa, sala di un piano e attende nel quartier generale di Mutiny. Si siede e legge. Oppure si alza e legge, o a volte spalanca la finestra che dà sul balcone e fuma. L'ultima volta Mare è arrivata quasi a urlargli quanto fosse sconsiderato, ma nel retro della testa aveva solo la preoccupazione di sprecare il riscaldamento. Quando supera l'uscio, però, lo fa di solito con un sospiro profondo, dopo essersi psicologicamente preparata alla fatica intellettuale che la aspetta. Mel le sta probabilmente tirando fuori la migliore cosa che abbia mai scritto in vita sua, ma il processo è tra i più sfibranti e dolorosi che abbia mai affrontato. Sii più sincera, le ha detto. Non trattenerti, scrivi la verità. La verità l'ha scritta sul suo portatile, ma non ha salvato il documento. Dieci pagine cancellate una parola alla volta. La verità è per chi non ha niente da perdere.

La Cittadella, le è piaciuto chiamarla così. La Cittadella verrà presto rasa al suolo, non ne ha alcun dubbio. Su un tetto gelido e con un volto diverso, gli ha chiesto se non ha paura, e poi gli ha confessato di essere lei per prima terrorizzata. L'idea di perdere lui o Inara le stringe lo stomaco in una morsa di sgomento anticipato. Non vuole pensarci, forse per quello impegna ogni muscolo che ha a resistere al freddo. Ma non può fare a meno di oscillare di lato, cercare il punto di calore più vicino. Se Heldrich Frost è di ghiaccio, Cassidy è ancora fatta di carne e sangue. Il suo corpo è modellato su una fantasia condivisa, una linea giunonica, con braccia e gambe solide e forti, capaci di prendere ogni colpo e non rompersi. Mentre si assottigliava ogni settimana di più, facendo chiedere ai suoi medici se non sarebbe morta presto, Mare sognava di essere alta e bella, con spalle larghe e le costole nascoste da...

Da carne. Carne e sangue, Zelda Cassidy è più reale di quanto lei non sia mai stata.  E quando chiede a Heldrich Frost se lui non è forse di ferro, sotto la pelle, lui risponde dovrei esserlo. Ma non lo sono.



Sally Sherman
vari anni fa

mercoledì 4 gennaio 2017

Back Turning


"Ma la verità è che io sono arrabbiata. Sono sempre, costantemente furiosa. E nessuno lo sa."

* * *

Mel la conosce da tempo, ma l'ha ritrovata a Philadelphia solo di recente, quasi per caso. Gli Stati Uniti sono enormi, ma il mondo dei mutanti registrati è un po' più piccolo, e Mare Sherman l'ha navigato in lungo e in largo. Lei cercava una casa editrice, lui le ha promesso di trovargliene una in cambio di un lavoro come suo editor. Quando Mare gli ha chiesto perché ci tenesse, lui ha poggiato la fronte contro lo stipite della porta schiusa, l'ha guardata attraverso la fessura, le ha sorriso e ha detto che qualsiasi altro editor e manager avrebbe lavorato per tenerla fuori dai guai, mentre lui avrebbe accettato di lasciarle piena libertà, a patto che l'obiettivo finale, principale, sarebbe rimasto finire il libro. Il libro è la priorità.

Mel mastica una gomma alla nicotina e un accento di Chicago. E' arrivato a casa sua senza preavviso, quasi avesse percepito il disastro imminente, o anche solo l'appuntamento preso con il suo avvocato per parlare dei rischi. I rischi. Louise Sadler si è seduta a un tavolo e ha dondolato lo sguardo tra loro due, seduti dall'altra parte. Tamburella la penna e li guarda torvamente, perché i guai non le piacciono, e Mare Sherman la paga comunque troppo poco per gestirne di quella portata.

Louise Sadler

- Tu mi chiedi certezze, Sherman, e io non so più come dirti che non ce ne sono. Questa situazione è eccezionale, e io non posso fare previsioni.
- Alcune previsioni le hai fatte.
- Sì: che è un azzardo, che finirà male, che ti porterà in galera e metterà a rischio anche quelli che manifesteranno con te, in cambio di un risultato incerto e comunque troppo povero.
- Controllare lo svolgimento delle operazioni non è nulla. Gettare attenzione su ciò che faranno, sul fatto che hanno tagliato le forniture di luce e acqua-- ci sono vecchi e bambini, lì dentro, li stanno facendo morire di sete.
- Non devono fare altro che arrendersi.
- Non si arrenderanno. Resisteranno e senza nessun controllo esterno le autorità entreranno e li stermineranno.
- Vi trascineranno via di peso e vi assoceranno a loro.
- Deve esserci una modalità d'azione che non ci conduca tutti immediatamente in una Sandman Machine per decenni. 
- Non c'è.

Mel ciondola gli occhi neri su di lei, ne studia il profilo teso, la linea rigida della mascella, la contrazione di muscoli sofferenti. Ne conosce la frustrazione dai tempi della California, quando scriveva per le pagine politiche locali e lo mandavano a raccontare i retroscena della campagna elettorale. Ma quanto era brava allora a dissimulare, lo è adesso a usare a proprio vantaggio ciò che le persone vedono in lei: un'ostinazione cieca, irrazionale. La vede prendere un respiro profondo, raddrizzare la schiena e mettere le braccia conserte.

- Preparati, allora, perché stai per diventare nota alle televisioni nazionali come l'avvocato che ha perso il processo Philadelphia contro Sherman.

Louise Sadler la fissa, a Mel sembra che cambi quasi colore dalla rabbia. Mare lascia il tempo alle sue orecchie di fumare, dopodiché avviene il miracolo: Louise prende un respiro profondo, fa cadere la penna sul tavolo e abbandona il busto contro lo schienale della sedia, sfiancata come se avesse appena corso una maratona.

- Forse -, dice con un filo di voce - un modo per limitare i danni c'è. 

* * *

"Non so se riuscirebbero a ucciderti, Hellfire."

"Hellfire non c'è più da tempo. Basta maschere: c'è solo Heldrich Frost, comunque vada a finire."

* * *

- Dobbiamo parlare del sesto capitolo.

Mare si trascina le dita tra i capelli, vorrebbe strapparseli. Sta guardando le ultime dichiarazioni della YGS in televisione, e il cuore le oscilla sull'orlo di un baratro buio. Lo sente a stento.

Michael Clarke

- Adesso?
- E' il più edulcorato di tutti. Mancano dettagli.
- Non sono dettagli che voglio fornire. Sono comunque irrilevanti.
- La tua adolescenza a Hollywood non è irrilevante. La sensazione di essere usata, sfruttata, ribaltata. Il concetto principale è la mutazione individuale in base alle esigenze degli altri: è un nucleo tematico forte e l'hai trattato senza intensità.
- Penso che un capitolo meno intenso possiamo permettercelo.
- Non mi stai ascoltando.

Mel si sporge in avanti, prende il telecomando e spegne la televisione. Mare gli spinge addosso uno sguardo di fuoco nero, sembra invischiata nel catrame. 

- Non ho tempo.
- Hai poco tempo: per questo dovresti ascoltarmi. Ascoltami.
- Li stanno lasciando soli.
- Di che parla questo libro, Sherman?

Mare oscilla il capo. Riporta gli occhi sullo schermo spento della televisione. Vede riflessa se stessa.

- Di un progetto.
- E' il motivo per cui è importante. Ora puoi ascoltarmi?

Mare si trascina i palmi sugli occhi.

- Sì. Ora sì.

* * *

"Vedremo di uscirne entrambi, te compresa. Sto lavorando al tuo problema."

"Devi accettare lo stato delle cose. Alcune persone muoiono prima. A me sta bene, alla fine mi è stato dato esattamente ciò che è stato dato a tutti gli altri: una vita. Me la farò bastare."
- - -

"Tra quanto devi prepararti, per stanotte?"

"Adesso. Ma volevo darti qualcosa a cui pensare."

"Ci sei riucita."




mercoledì 28 dicembre 2016

Tell Me


Torna a casa tardi, dopo essersi ripulita di ogni cosa, cambiata, essersi passata le dita tra i ricci mori per ravvivarli. Il peso di una giornata infinita le grava al centro del petto. La rabbia della sconfitta per un errore sciocco, inspiegabile, l'attacco di panico che le ha imposto di chiudersi nei bagni del Nest finché non è riuscita a tornare a respirare, a mentirsi dicendosi che troveranno una soluzione, nonostante tutto. La sorpresa di trovare in Davey Callaway un essere umano pronto ad ammettere e a pagare per i propri errori, e non solo un gorilla di cui ha avuto timore dal primo momento in cui l'ha visto. L'incertezza di non sapere cosa accadrà, di sentire gli eventi sfuggirle di mano senza poterli in alcun modo recuperare. Quando sale le scale fino al suo piano è talmente assorta nei suoi pensieri da non rendersi conto fino all'ultimo dell'uomo seduto sul pianerottolo, di fronte alla sua porta. Trasalisce, e lui sembra riprendersi da un torpore antico, tetro.

- Marc, maledizione, cosa ci fai qui?

Marcus Brown, Titus Red, avrebbe bisogno di tagliarsi i capelli una volta per tutte, ma a quella parte della sua giovinezza non ha ancora rinunciato. Non ha rinunciato alle giacche di pelle, ai vestiti sgualciti, alla vita rock n' roll che il successo in California gli ha garantito, rendendolo una delle rockstar più apprezzate dei tempi moderni. Non ha rinunciato alle ore piccole e ai grandi gesti da infilare in una canzone. Non ha di certo rinunciato a presentarsi ubriaco alla sua porta, con gli occhi rossi di chissà cosa e grumi e nodi pesanti nel petto di cui non vede l'ora di liberarsi. Le sorride. Si lascia scavalcare. Quando lei entra nel proprio appartamento, lui si tira su a fatica e la segue come un randagio.

- Stai male?

Glielo chiede molto delicatamente, con la bocca impastata, mentre si richiude la porta alle spalle. Mare lo guarda come se non capisse, non risponde.

- Non sapevo perché venissi a New York. Sapevo che non era per me. Ti ho fatto seguire. Scusa.
- Mi hai fatto seguire a New York?
- Sì.

Mare sbatte le palpebre, incredula. Boccheggia senza spiegazioni.

- Sei andata allo stesso centro di Tish. Più volte. Con la stessa frequenza con cui andava lei quando stava provando a... ho chiesto a Jules. Mi sono fatto dire cose da Jules. Stai male?

Il modo in cui infila una parola dopo l'altra le fa girare quasi la testa.

- Non hai nessun diritto di chiedermelo.
- Lo so. Lo sto facendo lo stesso. Hai quello che ha Tish? Quello che...

Piega il capo di lato e strizza gli occhi. Geme come se gli stessero calpestando un piede.

- ... Quello che aveva vostra madre?

Lei continua a non rispondere. Martie si tiene in disparte, forse ha annusato la situazione dal suo cuscino d'angolo. Marcus oscilla il peso da una gamba all'altra, non le è mai sembrato più a disagio. Ha gli occhi lucidi e tira su col naso come fosse un ragazzino.

- Ti prego, di' qualcosa.
- Non so cosa dirti.
- Da quanto lo sai?
- Diversi mesi. La scorsa estate.
- Perché non me l'hai detto?

Mare sorride, ha scuse dolorose incastrate negli occhi. Spalanca le braccia, poi le lascia ricadere lungo i fianchi. Sembra delusa.

- Perché non volevo far star male Tish. Perché non volevo dover consolare altre persone. Te. Perché non mi andava di pensarci.
- Se lo avessi saputo...
- Cosa? 
- Avrei messo la testa a posto, sarei venuto da te prima.
- Non mi avresti trovato. Lo sai.
- E ora?

Marcus oscilla in avanti. Sono quattro passi, ma riesce lo stesso a non farli dritti, a ciondolare. Ha sempre oscillato come un giunco al vento. Deve essere il motivo per cui nulla è mai riuscito a spezzarlo: ha sempre avuto un modo di essere elastico.

- Avanti, Sherman. Sono io, siamo noi. Senza di te non sarei mai arrivato qui, non sarei niente. Ti piace Philadelphia? Okay, rimaniamo a Philadelphia. Rimaniamo in questo quartiere, in questo palazzo, in questo appartamento pulcioso se ti va. Tu puoi continuare a lavorare e io posso mollare i Cons e iniziare la mia carriera solista con qualche etichetta della zona. 
- I ragazzi avranno da ridire.
- Non me ne frega un cazzo dei ragazzi. Di nulla. E tu come farai quando arriverai al punto in cui è Tish adesso? Lei ha Jules. Tu hai bisogno di me. Io di te. 

Oscilla ancora in avanti finché lei non può sentire il suo respiro alcolico sulla pelle. Le prende le tempie tra i palmi, preme fronte contro fronte.

- Per favore non mandarmi via. Per favore ora basta. Per favore, dimmi cosa devo fare e lo farò.

Lei sospira. Marc ha il tepore di qualcosa di familiare. Le prende i polsi con le mani e lo costringe ad abbassarli. Gli accarezza il viso, ma lo bacia solo su una tempia.

- Puoi dormire qui. Ma domani devi andare via.
- Perché?
- Perché non ho più posto per te, Marc. Voglio altre cose.
- Posso dartele io. Dimmele.
- Non puoi.
- Dimmele. 

- - -



Slip back out of whack at your best.
It's a nightmare,
So I'm joining the army.

No house phones, but can I still call?
Will you wait for me now?

We got the right to live, fight to use it,
Got everything but you can just choose it
I won't just be a puppet on a string

Don't go that way.
I'll wait for you.

And I'm tired of all your friends
Listening at your door
I want, what's better for you,

So long, my friend and adversary.
But I'll wait for you.

Get dressed, jump out of bed and do it best.
Are you OK?
I've been out around this town
Everybody's singing the same song for ten years.

I'll wait for you.
Will you wait for me too?

And they sacrifice their lives
In our land are all closed eyes.
They've said it a billion times and they'll say it again.
So long my adversary and friend.

Don't go that way.
I'll wait for you.

I'm tired of all your friends,
Knocking down your door.
Get up in the morning, yelling no more,
So long, my friend and adversary.
I'll wait for you.

lunedì 21 novembre 2016

Revolution 30


Amelia è sottile. La saluta con baci sugli zigomi volatili, e ogni volta che vogliono vedersi hanno bisogno di prendere in mano le proprie agende a pianificare luoghi e momenti nei minimi dettagli. Lei si ritrova spesso a scrutarne i lineamenti e, quando affrontano l'argomento della Cittadella, Mare deve decidere quanto scaldarsi, quanto è disposta a dire e a farsi dire. Mantiene un tono moderato per opinioni radicali, ma comunque stemperate rispetto a ciò che pensa veramente. In macchina, sulla via verso Mutiny, decide di fare una deviazione per percorrere a distanza di sicurezza angoli di North Town vicino alle barricate. Mentre guida in silenzio, inizia a chiedersi se non sia diventata a pieno titolo un'estremista. Si risponde che sì, forse lo è, e lo pensa con una leggerezza che le riempie il petto di una risata allegra, liberata da una vita passata a farsi intimare moderazione mentre il mondo attorno a lei andava a puttane. "L'importante è mantenere la calma, miss Sherman", recita a voce alta ciò che le disse il preside dell'UCLA, dopo averla convocata di fronte a un comitato disciplinare, "calma e pacatezza possono risolvere ogni cosa, e portano di certo più frutti di tutto questo urlare." Mare batte i palmi contro il volante, accelera e urla, a pieni polmoni, come una ventunenne durante lo Spring Break.

Nick è deluso? Non ne è sicura. Ne guarda il colorito alla menta e per l'ennesima volta è costretta a mettere in discussione ognuno dei propri passi. Prima lo corteggia con l'idea di un cambiamento pacifico, tacendo come abbiano dovuto ripetere mille volte di non fare vittime tra gli umani da sfrattare, tacendo come uno di loro le abbia puntato contro un fucile a pompa e abbia premuto il grilletto, tacendo come abbia fatto parte del gruppo che ha vegliato sull'allontanamento di una famiglia dopo l'altra dalle loro case. Vorrebbe prendergli la faccia tra le mani, premergli le dita sulle tempie, baciargli entrambi gli occhi e farglieli riaprire sul mondo come lo vede lei, un posto ostile, pieno di nemici in fila per ottenere un barattolo del loro sangue. Si dice che non è consapevole di essere un mutante da abbastanza tempo, che non ha vissuto come un estraneo nel mondo tanto quanto l'ha fatto lei, che ora non è pronto a capire, ma un giorno capirà. Se lo dice, ma non può fare a meno di pensare che, un giorno, dovrà imparare ad accettare che non tutte le persone che vuole al suo fianco saranno necessariamente d'accordo con lei.

Ma alcune sì. Max è dalla sua parte. Lo scopre e lo riscopre ogni giorno, conquistata da un'incredulità che ha difficoltà a rimodellare. Ricorda le prime volte in cui hanno parlato, il distacco di lui e la sua inesauribile ostinazione a volerlo chiamare fratello, a stabilire un legame, a sentirlo parte della sua comunità. Quando si è affacciato alla porta di Mutiny, lei ha trasalito e si è chiesta cosa ci facesse lì. Quando se ne è andato, ha combattuto contro se stessa, dicendosi di dover operare maggiore cautela, un po' di sanissima diffidenza. Ma quando è andata a dormire sorrideva, e non è riuscita a fare a meno di riempirsi di una fiducia immensa e devota.

Jo si è fidata di lei. Ha distrutto una delle sue piante preferite e danneggiato la libreria, ma quando non sapeva dove andare, è andata da lei e le ha detto guardami, sono speciale anche io. Non ha pensato neanche per un istante che non avrebbe dovuto fidarsi? La notte gioca con i suoi capelli mentre dorme stesa accanto a sé, ne guarda i lineamenti morbidi e un corpo generoso in cui non legge privazioni. Per lei inizia qui, pensa, la scoperta di chi è veramente e la frustrazione di non poterlo dire al resto del mondo - oppure dirlo, e poi rassegnarsi a vivere una vita marchiata di nero, di lutto -. In mezzo ai suoi baci ha trovato un angolo di oblio, dimenticanza. E' una parentesi, ma una parentesi piacevole di cui spinge i limiti finché non è mattina, e non si rende conto che il suo frigo è vuoto e l'unica colazione che può offrire è un bastoncino di sedano intinto in caffè non zuccherato.

Benedict è un fantasma, vive in un limbo sospeso tra desiderio e diffidenza. Quando stanno insieme, lei si ritrova a oscillare fisicamente tra lui e lo spazio vuoto alle proprie spalle, magnetizzata da un uomo che non è più sicura di conoscere così bene e, allo stesso tempo, tirata indietro da tutte le cose che dovrebbe dirgli se davvero compiesse quel salto. Non è pronta, e di certo non lo è lui. Quando la mattina le suona la sveglia e non ha voglia di alzarsi, si nasconde sotto il piumone e scorre la rubrica del cellulare, stendendo piani di riserva per il matrimonio di sua sorella.

Tish è felice e Tish sta morendo, ma Mare si impegna per pensare solo alla prima parte. Galleggia in un oceano di negazione, affastella un impegno sull'altro e si preoccupa della propria pelle, della terapia, delle pasticche, della Guyana, della Cittadella, del suo cane che è costretta a lasciare ciclicamente da Routh, con le scuse più improbabili. Le rende improbabili appositamente: spera che lei dia per scontato che siano false, che in verità riguardino tutte le cure che sta facendo. Menzogne stratificate su altre menzogne, vorrebbe caderle ai piedi e chiederle perdono per ogni stronzata che le dice con un sorriso. La abbraccia meno di quanto vorrebbe, quasi temesse che la sua doppia (tripla, quadrupla) vita si indovini dalla tensione dei suoi muscoli.

A Inara invece non dice bugie, non tace verità: non vuole, almeno a qualcuno deve dire le cose come stanno. Quindi le racconta di Amy, e in parte le racconta anche di Birkenhead, seppur non pronunci mai il nome di nessuno dei due. Parlano di Martha's Vineyard, e sulle prime ride nell'immaginare Joseph Patrick Kennedy III così come l'ha conosciuto impacchettare i cimeli di famiglia e lasciare la sua villa sul mare alla popolazione superumana. Poi ci pensa di nuovo, inizia a contare, a considerare un piano programmatico in quattro, cinque anni. A pensare che forse la sua eredità potrebbe essere questa: un'isola libera. Un angolo di mondo libero. Inara le ha cambiato la vita, gliel'ha salvata, e ora le offre l'opportunità di cambiarla (di salvarla) a qualcun'altro. La mattina dopo, sotto il piumone, invece di scorrere la rubrica, mormora contro il lenzuolo l'iscrizione su una tomba: qui giace Mirabe Sherman, idealista feroce, mutante con ali solide e polmoni enormi, che liberò questa terra e ora si è meritata di dormirci dentro. Non ebbe mariti, mogli, non ebbe figli. La sua famiglia siamo noi, le abbiamo perdonato tutti gli errori perché ciò che ha ottenuto è più grande di ogni sbaglio che ha compiuto. 

E' una casa, e un posto dove vivere. La notte del suo compleanno, cinque minuti prima della mezzanotte, Marc si presenta alla sua porta con una bustina d'erba e un sorriso che lei, fosse una persona più coscienziosa, gli schiaffeggerebbe via dalla faccia. Invece lo fa entrare, fumano insieme, e passano tutta la notte seduti sul divano a guardare dei filmini di quando avevano diciott'anni, a prendere in giro le loro capigliature, a fingere di non passare tutte le sere a contarsi le prime rughe. Alla fine lui si addormenta sulle sue gambe, e lei gli accarezza i capelli disordinati, un velo di barba troppo tenera per essere quella di un ultratrentenne. Sulla nostra isola, per te non ci sarà spazio, gli mormora pianissimo, un respiro e un bacio che gli poggia sulla tempia con tutto l'affetto nostalgico di cui è capace. L'ha già perso, è ancora lì. Si addormenta anche lei dopo poco, i suoi sogni popolati da draghi e monumenti agli eroi.

sabato 12 novembre 2016

Mutate Elsewhere


- Come già sa, è un trattamento che abbiamo avuto modo di testare così poche volte da rendere impossibile tracciare una timeline precisa e universale degli effetti...
- Ogni corpo reagisce diversamente.
- Esatto, è ciò che le ho detto più volte. La prego quindi di persistere, e non agitarsi.
- L'agitazione per me è lo stato dell'arte. La sconfitta, invece, ho difficoltà a riconoscerla. Spero per questo che sarete puntuali e chiari nel comunicarmi il momento in cui potrò smettere di sentirmi agitata e dovrò iniziare ad essere rassegnata. 
* * *

...E non so quale sia il tuo potere, Jason, ma l'unico modo in cui io sono utile a questa causa è impiegando la mia reputazione. Se quella viene distrutta, il mio ruolo in questa organizzazione lo è a sua volta.

* * *

[ La foto di una berlina su cui qualcuno ha lanciato uova marce e scritto con una bomboletta spray "MUTA ALTROVE". ]

* * *

[...] La ribellione è doverosa-- « prende un altro respiro profondo, quasi secco, che sembra contenere un grumo di frustrazione che si scioglie in un sorriso obliquo, dal sapore amareggiato. » ma non importa a nessuno. Se tutti facessimo ciò che è giusto, avremmo bruciato questo intero paese da tempo.

giovedì 3 novembre 2016

Plaza Revoluciòn


Wes torna da lei con un bicchiere di Paloma guarnito con una fettina di lime. "Sai che non posso", dice lei gentilmente, prendendolo in mano. "Sarà il nostro piccolo segreto", lui risponde facendole un occhiolino e ricamandole una carezza sulle dita.

Lei lo beve tutto, ma è perché lo vuole o perché pensa di volerlo? Ingoia la diffidenza a sorsi, ma non la lascia trapelare. Si è vestita bene, con un abito corto ma non volgare, anche se si sente congelare e vorrebbe solo prendere il cappotto e chiudercisi dentro. I tacchi alti non le lasciano riposo alla caviglia, e non può fare a meno di chiedersi, a un certo punto, se il potere di Wes non sia in fondo una splendida metafora di tutta la sua vita passata a farsi dire come vestirsi, come sentirsi, come vivere. Sono ancora io, si dice, cin cin.

Parlano del motivo per cui lei è lì, per un po'. Lui rimane sul vago, oscilla il capo e il bicchiere, lasciandole capire che ha gli strumenti per aiutarla, senza però offrirgliene. Invece di aspettare il secondo drink e accettarlo passivamente, è lei ad alzarsi per prima e andare a preparare i cocktail: un Old Fashioned per lui (per dimostrargli che lo conosce), un altro Paloma per sé (per blandirlo con l'idea di conoscerla). Dopo il secondo drink, sorridere le viene più facile (ma è l'alcol o è lui?), bene, mette la canzone che suonavano la sera che lei andò a proporgli di essere il primo repubblicano in campagna elettorale a portare la bandiera dei diritti superumani, lui ride, bene. Sua madre una volta disse che questo mondo è una partita a scacchi, lei lo ricorda ancora. Torna a sedersi, ma questa volta sul divano accanto a lui. "Ti sono mancata?", gli sfiora le maniche rimboccate della camicia. "Da morire", mente lui, una moglie e due figlie ad aspettarlo a New York (lei sterile, loro adottate, nessun pericolo di trasmissione del gene X da padre in figlia, un segreto custodito al sicuro e rivelato a lei per sbaglio, per mancanza di controllo, anni prima).

"A cosa ti servono tutte queste informazioni? Stai organizzando una guerra?": lei ride e non risponde, invece lo prende in giro per avere anche solo pensato una cosa del genere. Getta il capo all'indietro ignorando le raccomandazioni di chi le ha detto che, con la terapia in corso, qualsiasi sostanza esterna dovrebbe essere evitata (alcol, gliel'hanno fatto capire bene). Ignora anche che non essersi sentita troppo male, questa settimana, è un segnale negativo: che abbia smesso di funzionare? Che non abbia mai funzionato? Wes ha la risata migliore che abbia mai sentito e se ne sta accorgendo solo ora? Ha denti bianchi e ogni tanto, quando dice qualcosa in spagnolo, la sua voce si fa più calda. Gli passa le dita tra i capelli neri. Sono io, sono ancora io, o lo sta facendo lui?

* * *

Con Inara si prende un attimo per sognare, uno solo. Georgetown diventerà Libertad e loro potranno andare a far colazione in Plaza de la Revoluciòn. Qualcuno scriverà canzoni su coloro che hanno liberato la Guyana, poi l'America Latina, poi il mondo. Quando esce dalla stanza di hotel di Wes, rimane nell'abitacolo della macchina spenta a prendere appunti prima che possa dimenticarsi tutto, odiandosi come al solito. Ma era lei? O era lui? Ore dopo, si risveglia nel proprio letto dopo aver sognato sua madre, così come la ricorda. Si sveglia in un altro corpo, chiusa nelle proprie ali.

* * *

Il giorno dopo si infila in tacchi alti (la caviglia, la dannata caviglia) e in un vestito d'oro che brilla anche sotto la luce più tenue. Si ferma in cima a una scalinata e respira i jazz dalle narici, se ne riempie i polmoni. Esamina la sala circostante dall'alto, come se ne fosse la regina. Ferma gli occhi dalle parti del bancone, il petto le si scalda. Sorride. Sono io. Ora sono io.


sabato 22 ottobre 2016

Please Wait


(Non avevi detto che...
Potrei aver mentito.)

Mare torna a casa la sera ormai tardi, dopo aver girato nel nulla per ore, in macchina, per qualche motivo sicura che qualcuno la stesse seguendo. La accoglie una cagnetta affezionata a cui deve ancora trovare un nome, e quando la porta a spasso e qualcuno le chiede come si chiama, si limita a inventare.

Sul tavolino all'ingresso trova un pacco postale che Scarlett deve averle lasciato ore prima. Il timbro postale dice Portland, quindi sa già cos'è (è stato annunciato). Scavalca le bollette senza neanche guardarle e va a mettersi sul divano. La sveglia del suo cellulare squilla, lei prende un paio di pillole che ha in tasca e le manda giù. Sospira.

(Speravi che me ne andassi... o che restassi?)

I bambini sono quattro, non tre: aveva informazioni sbagliate. Ad una prima occhiata tre, cinque, dieci e sedici anni, più un vecchio e una donna di una quarantina d'anni. I piccoli sono tutti diversi, e nessuno di loro somiglia alla madre, ma dietro la madre si nascondono quando un gruppo di sconosciuti entra in casa loro a informarli che devono andarsene. Il sedicenne no: si butta in avanti e prova ad aggredirla con una mazza da baseball, ma qualcuno di più grosso di lui lo prende per la collottola e lo inchioda a terra.

(Per cui ora ti dirò questo, e tu potrai farne quello che vuoi.)

Aspettate, prega l'anziano mentre vengono scortati fuori, aspettate, vi prego. Non hanno altri posti in cui andare, nessuna famiglia all'infuori di loro, che cosa potranno fare? Il clima è ancora tiepido, si dice lei, e riusciranno a trovare una soluzione prima che diventi inverno. Spinge sotto il tappeto tutto ciò che ha studiato sui corsi e ricorsi della povertà, ma non riesce a fare a meno di pensare di essere, ancora prima che una mutante che caccia degli umani, una privilegiata che sottrae un tetto a una famiglia in difficoltà.

(Potrò essere più... precisa, nell'immaginare il futuro.)

Un brivido le suggerisce che potrebbe starle tornando la febbre. Come ha imparato, si prende il polso e conta i battiti al minuto. E' ancora sotto controllo, si dice, non ha motivo di preoccuparsi. E ha ancora un giorno intero prima della prossima seduta, lunedì mattina. Prende in mano il pacchetto e lo scarta. E' un volumetto di una novantina di pagine, sottile e con un'illustrazione espressionista in copertina. Di Tirunesh Sherman. Il titolo della raccolta di poesie è "Hollow Bones".

(Ero furiosa. Non stavo ascoltando.)

Non piange solo perché non ne ha più forza, ma il sospiro che prende le si spezza a metà. Solleva la copertina e sfoglia le prime pagine. La dedica dice: "a chi mi somiglia".

(Devi solo... darmi un attimo. Un attimo soltanto.)

E tutto avrà senso, di nuovo.

- - -

Forget the ink, the milk, the blood—
all was washed clean with the flood
we rose up from the falling waters
the fallen rain’s own sons and daughters
and none of this, none of this matters.






martedì 20 settembre 2016

Third Floor


É un terzo piano esterno, sulla scala antincendio, e lei si tocca i lunghi capelli finti (ma é una delle migliori parrucche che si possano acquistare, senza dubbio). La visiera del berretto, poi gli occhiali da sole: ci pensa un po', ma alla fine tiene tutto. Guarda verso il basso. Lui é lí, a un piano di distanza, nascosto. Prende un sospiro profondo, una sigaretta dalla tasca e bussa contro il vetro.

Il ragazzotto all'interno gioca all'x-box, e quando sente il rumore rotola giú dal divano con il cuore a mille. Mare gli fa ciao da dietro il vetro, sfoderando uno dei suoi sorrisi piú rassicuranti, piú giovani. Mostra la sigaretta e tamburella il pollice contro il lato dell'indice, poi pensa che avrebbe dovuto indossare qualcosa di piú scollato. Per qualche secondo ha il terrore di aver fatto una cazzata: casa sua é il suo spazio, lei l'ha invaso, la reazione inconscia sará cercare di respingerla. Tirare le tende, se ce ne fossero.

Invece il ragazzotto apre, chiede ti conosco? Lei rimane accucciata sulle caviglie, si rigira la sigaretta tra le dita. Quando lui le porge l'accendino, lei tira un intimo sospiro di sollievo: da adesso, é solo una questione di pazienza.

- - -

Un'ora dopo, si salutano ridendo. Lei esce da dove é entrata: la finestra, facendosi promettere che spargerá la voce. Odora dell'erba che hanno fumato insieme e della birra economica che lui le  ha offerto e lei non ha rifiutato. Barcolla lungo la scala antincendio in discesa, aggrappandosi al corrimano meno di quanto dovrebbe. Un piano piú giú rischia anche di inciampare, ma Damien la acchiappa prima che rovini lungo un'intera rampa metallica. Lei ride senza motivo, ma molto piano. Farfuglia qualcosa di incomprensibile mentre cerca vanamente equilibrio (qualcosa su come vorrebbe vivere una vita intera cosí, allegra senza motivo di esserlo, leggera senza aver bisogno di una bilancia a testimoniarlo?). Poi, ancora sorridendo, annota: "sei ancora qui. Grazie". Come se, nella sua vita, fosse una completa novitá.

mercoledì 31 agosto 2016

Be Fine


- Sei sicura di stare bene?

La voce di Tish non è mai troppo allarmata, ma vibra di qualcosa di più intimo.

- E' stata solo una notte, Tiru. E ho dormito benissimo. Come quando da ragazzine scappavamo col buio per andare a volare, te lo ricordi? 

Si trova in piedi di fronte a un loft enorme, con soffitti altissimi e pareti vetrate. Un loft vuoto, ripulito di ogni cosa che l'ha occupato, ogni traccia del suo passaggio.

- Sei sicura di stare bene per tutto il resto?

Mare non risponde. Tish sa tutto, o quasi tutto. Non sa della malattia. Non sa che ha passato il pomeriggio sotto terra, in un angolo di mondo claustrofobico e minato - letteralmente minato - che però l'ha accolta. Non sa di Inara Roads (un po' più magra, un po' più alta, un po' più giovane, un po' più chiara di pelle). Un po' più coraggiosa. Un po' più solida, un po' più potenzialmente longeva. Un po' più autentica. Un po' più onesta.

- Ricordi di quando nostra madre ci permetteva di dormire assieme a lei? Ci chiudeva nelle sue ali e ci raccontava storie che aveva imparato dai suoi genitori.
- Sì, lo ricordo. Non pensavo lo ricordassi tu, Miramar. 
- Non ho mai più provato un senso di sicurezza così. La sensazione di essere protetta. Di poter essere protetta. Quel tipo di amore incondizionato. Darei ogni cosa per averlo di nuovo.
- Non stai bene, perché non torni un po' a Los Angeles? E' una vita che non passiamo più del tempo insieme.

Mare solleva il manico del suo trolley - l'ultimo bagaglio. L'ultimo carico di quella vita fatta di cose sporche e brillanti. Se potesse strapparsi dal petto la sedicenne insicura che permise a una serie di circostanze sfortunate di obnubilarle il giudizio e chiuderle il cuore, lo farebbe in quell'esatto momento. La lascerebbe lì, sul pavimento, dopo averle baciato la fronte e averle detto basta così.

 - Sto bene, Tiru. Te lo prometto. Ora prendi carta e penna, per favore.

Si volta e si trascina dietro il trolley. Una ruota traballa e rende spostare la valigia un'operazione più complicata. Mare dà uno strattone. Imbocca la porta.

- E segnati il mio nuovo indirizzo.