“Look! I’m telling you from my heart, our enemy is not the axe. It’s us, ourselves. If we could grow straight without bending, every axe would lose a handle, so we could save ourselves from being cut. --So, from now on, we need to grow straight without bending, so that every axe will lose a handle”
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martedì 18 aprile 2017
Sweet Company
Quando Mel le apre la porta, la prima cosa che fa è schiantargli sulle labbra un bacio con cui quasi lo travolge, nonostante ogni angolo del volto le faccia male anche al minimo movimento. Lui, incredulo e appena svegliatosi da un sonno sereno, fatica a mettere le informazioni l'una dietro l'altra. Ha bisogno di un attimo, e se lo prende come prende il viso di lei tra le dita, tastandone i lividi e l'cchio nero con un'espressione di sconcerto sofferente. Il suo accento di Chicago si trascina su ogni sillaba.
- Che cazzo ti è successo?
- Ti faccio schifo?
- Eh?
- Rispondimi.
- No, ma chi ti ha pestato?
- Non te lo voglio dire.
- Che cazzo.
Gli prende le mani e se le conduce sui fianchi, poi lo spinge superando la soglia a richiudendosi la porta alle spalle. Non ha trucchi, e quando si toglie la maglia e i pantaloni, scalciandoli via confusamente, non fa nulla per dissimulare né le costole esposte né il livido sulla pancia né la rosa di cicatrici passate. Una volta le hanno rotto tutte le ossa che aveva da rompersi, comprese quelle delle ali, e non ha mai potuto dirlo a nessuno. Le ali: quelle le estrae, le batte e le libera. Trascinano con loro lampade, oggetti. Finisce tutto per terra, tutto sottosopra.
- Fai parte di un fight club o qualcosa?
- Qualcosa.
- Mi dirai mai che ti è successo?
Due ore dopo, Mel le bacia le ferite (quelle vecchie e quelle nuove) con devozione religiosa. Per farlo deve partire dalle caviglie e poi risalire.
- Sì, quando avremo conquistato Hyperborea e potremo viverci dentro.
Per un momento, un momento soltanto e molto breve, non si sente gravemente sola. Nella sua testa non c'è la morte di Tish, non ci sono Marc né Victor Miller, non ci sono Routh, Benedict e tutti gli amici sulle cui spalle non può piangere quando finisce ridotta in quelle condizioni e le fa male anche respirare, non c'è Heldrich Frost quando le chiede di fidarsi di lui né la collera erosiva di Jude, Amy che ha annullato il matrimonio e ha provato a ricontattarla dopo che la notizia dei funerali è diventata pubblica, non c'è Jules che macera da solo nel suo lutto dopo quasi quindici anni che si conoscono... Non c'è nemmeno Inara, semplicemente non c'è.
Però c'è Mel, che è un uomo ostinato e semplice, è un mutante come lei, registrato suo malgrado come lei, ha visto tutto ma la notte dorme comunque sereno perché sa di aver fatto del proprio meglio, e questo gli basta. Quando le raggiunge le clavicole, esita ad andare più su: vede per la prima volta i lividi sul collo, il segno chiaro di cinque dita ruvide piantate su una gola di cigno.
- Io a chiederti non ti chiedo niente, solo questo: stai bene?
- No.
- Hai bisogno di aiuto.
- No.
- Pensi che starai bene?
Batte le palpebre un paio di volte, poggia le pupille su di lui. Soffia dalle labbra un sorriso morbido.
- No, sinceramente no.
Mel la guarda restare ferma sopra le lenzuola sfatte. Tira su col naso e scrolla la testa, poi le spalle.
- That's fine. Just checkin'.
Non dice nient'altro, però l'ultimo bacio glielo lascia proprio tra spalla e viso.
domenica 9 aprile 2017
Head Space
Laguna Beach, California
Paradise Addiction Recovery Center
Marc non va a trovare Sally perché sente i morsi dei sensi di colpa (gli hanno chiesto di tornare sulla East Coast da diversi giorni, ormai), ma perché è sinceramente preoccupato della sua salute. Lo cerca lungo le spiagge chiuse del Resort riconvertito a centro di recupero per tossicodipendenti ricchi. Lui è lì, steso su un lettino da spiaggia, senza maglietta (ha sempre avuto un'atavica resistenza all'abbigliamento) e sotto un cielo denso di nuvole.
- Non fa un po' freddo per prendere il sole?
Sally ruota gli occhi all'indietro, non ha nemmeno gli occhiali da sole.
- Stavo pensando che dovrei prendere la villa sulle colline e ripiantare tutti quegli alberi che avevo quando le bambine erano piccole... e insegnare qualcosa anche a te.
- Non ho esattamente il pollice verde.
- Ti divertirai, loro lo adoravano. Un uomo deve imparare a sporcarsi le mani, tu sei a Hollywood da un po' troppo, son. Anche io, ma io mi ricordo com'era prima. Com'ero io. Mi avresti dovuto conoscere. Ora sono... un'altra persona.
- Sei la stessa persona, solo più vecchio.
- Fuck off.
- Hai chiamato Mare?
- Non vuole sentirmi, è arrabbiata. Tu l'hai sentita?
- E' arrabbiata anche con me.
Si mettono a ridere. Marc si siede sul bordo del lettino, mentre Sally rimane steso. Tinge ancora i capelli di giallo, ma la barba la lascia grigia. Ogni settimana fa il voto di radersi tutti i giorni, ma dopo quarantotto ore è già di nuovo in disordine. A Marc, invece, trentasette anni suonati, la barba cresce ancora rada e tenera.
- A me non mi vorrà sentire mai più in tutta la sua vita. Non sono stupido -. annuncia Sally in coda alla risata, nell'ultimo paio di singhiozzi prima del silenzio.
- Quel che è fatto è fatto, Jake. Le passerà, alla fine in California ci torna sempre, e quando torna sei tu la prima persona che vuole vedere.
- E ogni volta se ne rivà delusa, come se... come se non si trovasse mai davanti chi si aspetta.
- Vede le cose in potenza, non è colpa sua. La versione migliore di tutti, invece che quella reale. Lo fa da sempre, te lo ricordi?
- Mi ricordo quando aveva quindici anni e mi provava a convincere di fare l'ambasciatore dell'ONU...
- A volte le manca il contatto con la realtà.
Sally guarda verso l'orizzonte. Lo sguardo gli si confonde.
- Starà bene?
Marc ci pensa qualche istante. Si strofina le nocche su uno zigomo.
- Non lo so. Penso di sì.
Sally ruota il capo verso di lui, guardandogli la linea delle spalle.
- E tu come stai?
- Io sto bene.
Marc risponde di getto, senza neanche pensarci. Un riflesso incondizionato. Si scioglie quando Sally, impensierito, gli poggia una mano sulla spalla e si solleva seduto, a fatica.
- Sei sicuro?
Questa volta non risponde. Ma gli occhi gli diventano d'acqua, e un paio di sussulti gli fanno ballare il petto. Sally gli conduce la testa contro la propria spalla e gli dà qualche pacca sulla schiena.
- That's alrite, son. Dopotutto, sei parte di questa famiglia anche tu.
Marc, trentasette anni suonati, si sente ancora il post-adolescente arrivato a L.A. senza un soldo in tasca, senza nessuno alle spalle ad aiutarlo. In fondo, Sally Sherman è la cosa più vicina a un padre che abbia mai avuto da vent'anni a questa parte. E Tirunesh Sherman, la cosa più vicina a una sorella.
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Mutiny Building
Southside, Philadelphia
Guida lei fino alla fine - fa eccezione il breve tratto in macchina, quello in cui ha condotto lui con la naturalezza dei piloti da pista, da stunt. Il mentre addolcisce la solitudine e la sostituisce con del calore umano schietto, la soddisfazione finale allevia la noia, Ma la mattina dopo la sua vita non è più piena del solito. Ha sperato di trovare Marc sulla porta, di superarlo con un altro uomo attaccato alle costole, nel modo singolare e perspicuo che hanno loro di farsi del male: allineando i coltelli sul tavolo sotto la luce del sole. Ma lui è ancora in California, e forse sulla East Coast non ci tornerà mai - non per lei, comunque, non in quelle quattro mura -.
A ben vedere, le sembrano problemi sciocchi. Si siede sul regalo che farà presto ad Emma e Benedict per il loro fidanzamento, e si chiede di fronte a quali problemi li ponga la loro quotidianità di recente. Se sono contenuti solo in loro stessi, alle loro attività, al Doubter e al redivivo Neverland, o se hanno qualcosa di più grande a cui fanno riferimento, e di cui lei non sa niente.
Jody le torna in mente a lampi, d'improvviso, quando non vuole e non se l'aspetta. Cerca di estirparsela dalla testa, trovare alibi a se stessa e condanne per lei - alla fine non ha detto mai nulla di lei, di loro, di dove vive, di sua figlia non ha mai detto niente a nessuno, e in fondo lei ha avuto modo di tirarsene fuori se avesse voluto, e se l'è cercata, si dice, tutto sommato se l'è cercata. Comunque probabilmente non lo scoprirà mai. Tutto ciò che deve fare è assicurarsi che la ragazzina con le treccine non si faccia viva (la telepate), dopodiché non c'è niente che può andare storto: addirittura le donna mascherate con cui ha parlato non sanno niente di lei. Finché Benedict è al sicuro, lo sarà anche lei.
Tutti gli altri, invece, spera non si sentano al sicuro mai più.
Her heaven would be a love
without
betrayal...
mercoledì 29 marzo 2017
Difference Between
"La differenza", faceva una canzone di suo padre "è tra le persone che ti chiedono se possono fare qualcosa per te...
e quelle che lo fanno e basta."
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It is a curious thing, the death of a loved one. We all know that our time in this world is limited, and that eventually all of us will end up underneath some sheet, never to wake up. And yet it is always a surprise when it happens to someone we know. It is like walking up the stairs to your bedroom in the dark, and thinking there is one more stair than there is. Your foot falls down, through the air, and there is a sickly moment of dark surprise as you try and readjust the way you thought of things.
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«Smettila, ti fai male.»
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«Devi sapere questo: che io vi ho voluto, e che io vi ho amato. E che mai nessun dolore e mai nessuna tragedia o malattia potrà mai togliermi la gioia di avervi conosciuto.»
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«I never stopped caring... I'm pretty sure I never will.»
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«I'm so so sorry, baby girl.»
«Don't say that. Don't ever say that again.»
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Cara Miramàr...
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Mama there's wolves in the house
Mama they won't let me out
Mama they're mating at night
Mama they won't make nice
They're pacing and glowing bright
Their faces all snowy and white
Bury their paws in the stone
Make for my heart as their home
They tumble and fight
And they're beautiful
On the hilltops at night
They are beautiful
Blazing with light
Is the whitest and the tallest and the biggest one
She's muscled and fine
When she runs
They're tearing up holes in the house
They're tearing their claws in the ground
They're staring with blood in their mouths
Mama they won't let me out
They tumble and fight
And they're beautiful
On the hilltops at night
They are beautiful
Blazing with light
Is the whitest and the tallest and the biggest one
All muscled and fine
When she runs
Mama there's wolves in the house
Mama I tried to put them out
And mama I know you're too wise
To wait till those wolves make nice
martedì 21 marzo 2017
Ten Decisions
Margaret Bauman è la prima sconosciuta che non inizia una conversazione sul suo libro esordendo con "mi dispiace molto per sua sorella". Pensa a questo mentre esce dal Macy's Center, la grande libreria al suo interno che ha rifiutato di prestare i suoi spazi a una presentazione di Hyperboreans appena svuotatasi dopo la presentazione dell'ennesimo libro moderato su come umani e superumani risolveranno tutti i loro problemi imparando a convivere. E' quello che dicono tutti - quello che dice il governo, la YGS, quello che dicono i media e tutti coloro che hanno una voce e un megafono abbastanza potente da farla sentire -. Dicono questo, ma non offrono progetti. Non offrono nulla che non sia la pacifica, implicita accettazione che per convivere siano i superumani a dover fare ogni singolo sacrificio. Il sottotesto, pensa Mare Sherman, è che siamo fortunati che ci consentano di vivere.
Mentre cerca la sua macchina in un enorme parcheggio sotterraneo pensa a Zygmunt Bauman e alla sua modernità liquida, chiedendosi cosa avrebbe pensato degli Stati Uniti del 2025, della frammentarietà della comunità mutante, di tutti i suoi suoni cacofonici e discordanti, delle stonature tra fratelli e sorelle che la tengono sveglia la notte. Chi rappresenta i superumani in modo riconoscibile? Il problema posto da Margaret le rimbomba nella testa con una tale energia che la mente la inganna, le fa sentire rumori che non ci sono, passi che cerca con gli occhi e non trova. Il cuore le batte nel petto come un tamburo, ma quello che ha attorno è solo un parcheggio sotterraneo. Deve rilassarsi: è solo un parcheggio sotterraneo, e nessuno vuole farle del male.
Nel mondo che voglio io, tu sei salvo. Si è lasciata alle spalle la rabbia, ma l'ostinazione con cui prova a convincere Benedict le fora ancora il cervello da parte a parte, e lei non può farci niente. Non può non pensare che lui ed Emma siano due liberali moderati assolutamente perfetti l'uno per l'altro, e allo stesso tempo non può fare a meno di credere che da qualche parte, nascosto dietro la vecchiaia che gli sembra essere scesa addosso negli ultimi mesi, Benedict Birkenhead sia ancora il rivoluzionario anarchico che le aveva fatto credere di essere una vita prima. Di avere, dentro di sé, la forza di un uomo disposto a vivere con l'incubo di un mondo che viene demolito con null'altro che la promessa che su quelle macerie verrà costruito qualcosa di migliore. Nel mondo che voglio io, lo sei anche tu. Mentre entra in macchina e accende il motore, una consapevolezza improvvisa la fa ridere: stanno morendo entrambi, stanno morendo più rapidamente di tutti gli altri, ed è altamente improbabile che nessuno dei due veda il mondo che vogliono. O che si salvino, per quello che vale.
Jody gliel'ha detto: che vede nelle persone quello che potrebbero essere piuttosto che ciò che sono veramente. Vive e ama in potenza: quando apre gli occhi su Jody, tutto ciò che è a lungo riuscita a vedere è la sua forza di volontà ferrea, il suo senso di lealtà, il coraggio e la sua natura. Ha visto la madre affezionata e la telecineta che potrebbe rendere la Casa Bianca un cumulo di macerie il giorno della rivoluzione. Ha scelto di ignorare il dolore lancinante del sentirsi tradita, del sentirsi messa sotto scacco dalle circostanze, dalle minacce di Raul Vazquez, dalla decisione di non esporsi tanto da far intervenire la Fenice a sua protezione. E se anche quella pazienza a cui è costretta si sta sciogliendo come cerca sotto il fuoco, quando snocciola la lista di abusi subiti il suo è l'unico nome che non riesce a pronunciare.
Si ritrova sulla porta di casa senza neanche ricordarsi come ci è arrivata. Gira le chiavi e scivola all'interno, sentendosi all'improvviso esausta. Marc è seduto sul bordo del divano e guarda un notiziario, e lei gli sorride senza guardare nemmeno lo schermo.
- Ma hai sentito? Un palazzo intero nella Old City... crollato dal nulla, e la polizia...
- Spegni la tv, dai.
- Com'è stata la presentazione?
- Come tutte le altre.
Si toglie di dosso la giacca e le scarpe, poggia una carezza tra le orecchie di Martie e si lascia cadere accanto a Marcus, sotto il suo braccio. Lui le passa distrattamente una mano tra i capelli tenendo gli occhi sul televisore, lei gli disegna una traccia di baci tiepidi sul collo.
- Sono morte delle persone.
- Andiamo da qualche parte domani?
- Domani registro con i ragazzi.
- Pensavo stessi ancora lavorando ai testi.
- Lo sto facendo.
- Ti serve aiuto?
Marcus soffia tra le labbra una risata netta, schietta e avvelenata.
- Stai scherzando.
- No, ma non fa niente. Almeno puoi suonarmi il pezzo a cui stavamo lavorando insieme a New York, mesi fa? I'll try anything once?
- Alla fine lo abbiamo scartato. Era troppo lento, l'abbiamo ribaltato. Ora si chiama You only live once.
- Me lo fai sentire?
- Quale?
- Il primo. Il nostro. Finiamolo.
- Non lo registreremo.
- Non importa.
Marc le getta addosso un'occhiata piena di diffidenza. Lei può sentirne i muscoli irrigidirsi. Sospira e si tira indietro, lasciandogli una carezza su un braccio.
- E' l'unica canzone...
Sospira. Prosegue a fatica, mentre Marc la guarda con la coda dell'occhio, come un animale ferito.
- E' l'unica canzone che non parla di qualcosa di sbagliato che abbiamo fatto. Esplicitamente, o implicitamente. Non parla di tradimenti, di rabbia, di delusione, di desolazione o di come ci siamo fatti male. E' l'unica canzone che dice soltanto: avevamo molte scelte, e ne abbiamo fatte alcune. Abbiamo fatto quello che hanno fatto tutti gli altri, e non siamo speciali per questo.
Marc ride piano e scuote il capo. Spinge i gomiti sulle ginocchia e affonda il volto tra le mani. Vi strofina sopra i palmi come se volesse fargli prendere fuoco.
- Per me - geme dopo un po' - per me è un pezzo su come tutti quanti moriremo. E su come tu sei... - si interrompe - eri - riprende - l'unico sollievo che riuscivo a trovare. L'idea che un giorno avremmo trovato una strada per rincontrarci. E stare insieme.
Ruota il capo verso di lei, sporto in avanti. Sorride di amarezza. Rimangono a guardarsi in un silenzio di cocci e vetri finché uno non si stanca e va al letto per primo, chiedendosi quanto tempo ci metterà l'altro a raggiungerlo.
Ten decisions shape your life,
You'll be aware of 5 about
7 ways to go through school,
Either you're noticed or left out
7 ways to get ahead,
7 reasons to drop out
When I said, "I can see me in your eyes",
You said, "I can see you in my path"
That's not just friendship that's romance too,
You like music we can dance to
Sit me down,
Shut me up,
I'll calm down,
And i'll get along with you
There is a time when we all fail,
Some people take it pretty well
Some take it all out on themselves,
Some they just take it out on friends
Oh everybody plays the game,
And if you don't you're called insane
Don't don't don't don't - it's not safe no more,
I've got to see you one more time
Son you were born,
In 1984
Sit me down,
Shut me up,
I'll calm down,
And i'll get along with you,
Everybody was well dressed,
And everybody was a mess
6 things without fail you must do,
So that your woman loves just you
Oh all the girls played mental games,
And all the guys were dressed the same
Why not try it all,
If you only remember it once?
Oooh, ooooooh
Sit me down,
Shut me up,
I'll calm down,
And I'll get along with you
martedì 10 gennaio 2017
Graceful Roots
Quando incocca lo sguardo con Benedict, spera in cuor suo che la colpa sia sua - e lui deve star pensando la stessa identica cosa. La responsabilità è una brutta bestia, e lei non vuole quella di aver quasi ucciso Routh Graced, di nuovo. Ha indugiato fuori dalla porta perché temeva di trovarle finalmente giustizia, ma invece nei suoi occhi appannati dall'anestesia ha trovato l'unica cosa che lei le abbia mai donato: grazia. Pur pensando di non meritarsela, le si è stesa accanto e le ha raccontato di sua madre, la prima, quella di cui non pronuncia il nome da anni e che da anni si è guadagnata un tiepido oblio nella sua memoria. Ma per Routh la rispolvera, e a Routh la offre, forse perché in fondo non ha più davvero nulla da darle.
In Emma c'è qualcosa di schiettamente pulito. Chiusa nell'abitacolo della propria berlina, si lascia irretire dai suoi lineamenti, dalle sue parole. Immagina quanto deve star bene in un abito da cocktail, le chiede conto della sua vita e poi consegna frammenti della sua, cercando di strapparle una reazione contrariata. Ma non le trova niente di simile addosso: dice, anzi, di poter capire. La sta blandendo, le sta dando corda? Oppure è sincera? Quando dice di aver imparato ad accettarsi così com'è, Mare sente per un attimo il bisogno di misurarsi il girovita con le mani. Invece fuma. Dovrebbe davvero smettere. Due ore dopo, quando è di nuovo in macchina, fa ripartire il Greatest Hits di Sally Sherman e inizia a cantare con lui.
I saw my baby, she was turning blue, oh I know that soon her young life was through. And so I got down on my knees, down by her bed, and these are the words to her I said: everything will be all right, tonight, everything will be all right. Mentre la canta tamburella con le dita sul volante, rilassa la nuca sul poggiatesta, guarda nello specchietto retrovisore gli abbaglianti che rischiano di accecarla. Cosa ha vissuto Sally prima di Hollywood? Quando era un'adolescente dovette chiederlo a sua madre, e quando lei evase la risposta andò su internet e guardò ogni singola intervista che avesse mai rilasciato negli ultimi quindici anni alla ricerca di qualche indizio. Sapeva fosse del Michigan, e il nome della sua città natale. Sapeva fosse arrivato in California senza un quattrino - riguardando indietro, ha sempre pensato fosse il motivo per cui fosse sempre andato d'accordo con Marc -, sapeva che era quasi morto più di una volta - altre ne sarebbero venute con lei al suo capezzale -. Ma perché non sapeva neanche se suo padre avesse dei fratelli, dei nipoti? Perché non aveva mai conosciuto i suoi nonni? Perché, pur conoscendo a memoria il suo intero repertorio, non sapeva di chi parlassero metà delle sue canzoni?
Jake è un uomo molto infelice e molto insoddisfatto, è per questo che a volte si comporta in maniera... eccentrica, o pericolosa. Per favore, non pensate di entrarci nulla: certe cose vengono da prima di voi. Rachel le aveva messe a sedere e aveva spiegato loro, nel modo più semplice che potesse riuscire a inventare, i motivi del divorzio. Mare ne aveva guardato le lacrime trattenute a stento senza particolare trasporto, e si era invece chiesta se avrebbe dovuto spiegare a sua madre che anche loro, lei e Tish, avevano cose che venivano prima di voi. Prima di Berverly Hills c'era stata San Bernardino, e prima di Jake "Sally" Sherman e Rachel Carson c'erano altre facce, altre persone, un intero universo affettivo scadente agli occhi dei servizi sociali, ma più che sufficiente per le gemelle...
... Le gemelle Sherman, le bellissime gemelle Sherman. Mancano poche settimane al matrimonio di Tish, e Rachel è riuscita a convincerla a sposarsi a L.A. chiedendole quasi in ginocchio di permetterle di organizzare una festa vera, una festa con tutti. Mare può immaginare Tish vibrare di incertezza, ma alla fine accettare, decidere di fare felice i suoi genitori un'ultima volta, e forse la prima da anni e anni a questa parte. Ci saranno tutti. Un universo che si è lasciata alle spalle e che dovrà riprendere in mano. Una persona che ha smesso di essere da tempo, e a cui da tempo le fa male pensare. Un universo di possibilità chiuso senza che nessuno a parte lei ne sia a conoscenza.
Le rivoluzioni partono da dentro, e la prima avvocatessa della rivoluzione ha ribaltato la sua vita come fosse un vecchio materasso troppo impolverato. Cos'altro avrebbe potuto fare? Rassegnarsi ad avere figli che non potrebbe comunque vedere crescere, sposare una persona destinata a rimanere vedova e poi sedere alla finestra, alla finestra guardare il suo popolo in catene, i suoi figli umiliati, la sua intera identità demonizzata.
Per essere un uomo irrequieto, Mel è sorprendentemente paziente quando si tratta di aspettarla. Se non risponde a casa, sala di un piano e attende nel quartier generale di Mutiny. Si siede e legge. Oppure si alza e legge, o a volte spalanca la finestra che dà sul balcone e fuma. L'ultima volta Mare è arrivata quasi a urlargli quanto fosse sconsiderato, ma nel retro della testa aveva solo la preoccupazione di sprecare il riscaldamento. Quando supera l'uscio, però, lo fa di solito con un sospiro profondo, dopo essersi psicologicamente preparata alla fatica intellettuale che la aspetta. Mel le sta probabilmente tirando fuori la migliore cosa che abbia mai scritto in vita sua, ma il processo è tra i più sfibranti e dolorosi che abbia mai affrontato. Sii più sincera, le ha detto. Non trattenerti, scrivi la verità. La verità l'ha scritta sul suo portatile, ma non ha salvato il documento. Dieci pagine cancellate una parola alla volta. La verità è per chi non ha niente da perdere.
La Cittadella, le è piaciuto chiamarla così. La Cittadella verrà presto rasa al suolo, non ne ha alcun dubbio. Su un tetto gelido e con un volto diverso, gli ha chiesto se non ha paura, e poi gli ha confessato di essere lei per prima terrorizzata. L'idea di perdere lui o Inara le stringe lo stomaco in una morsa di sgomento anticipato. Non vuole pensarci, forse per quello impegna ogni muscolo che ha a resistere al freddo. Ma non può fare a meno di oscillare di lato, cercare il punto di calore più vicino. Se Heldrich Frost è di ghiaccio, Cassidy è ancora fatta di carne e sangue. Il suo corpo è modellato su una fantasia condivisa, una linea giunonica, con braccia e gambe solide e forti, capaci di prendere ogni colpo e non rompersi. Mentre si assottigliava ogni settimana di più, facendo chiedere ai suoi medici se non sarebbe morta presto, Mare sognava di essere alta e bella, con spalle larghe e le costole nascoste da...
Da carne. Carne e sangue, Zelda Cassidy è più reale di quanto lei non sia mai stata. E quando chiede a Heldrich Frost se lui non è forse di ferro, sotto la pelle, lui risponde dovrei esserlo. Ma non lo sono.
Sally Sherman
vari anni fa
giovedì 8 dicembre 2016
Light Headed
"Hai controllato il cellulare ogni cinque minuti per tutta la sera."
"Scusami mamma, hai ragione. Aspetto notizie importanti."
"Che tipo di notizie?"
Mare scuote appena il capo e ripone l'iPhone nella minuscola pochette che ha con sé, allargando lo sguardo di lato sulla vista di New York dall'alto che poche sale in tutta la città offrono. Manhattan è un'isola molto piccola, e la serata di gala a cui si trovano (un altro evento per nutrire i bambini in Africa tramite grandi operazioni di beneficenza che risolvono un problema temporaneamente distruggendo allo stesso tempo le infrastrutture locali) un'isola ancora più piccola, popolata da grandi personalità e, più in generale, gente con molti soldi. Mare ha accettato di partecipare insieme a sua madre e al suo compagno - uno dei più famosi compositori di colonne sonore per Hollywood - alla serata sperando di individuare tra i partecipanti qualcuno che possa essere interessato a investire in Mutiny, ma fino ad ora tutti i suoi tentativi sono falliti.
Ha un vestito verde, un trucco volutamente eccessivo sugli occhi che si arrampica lungo le tempie e prende anche parte dei capelli. Ha anche incrociato Marcus, al suo braccio una bella modella che ha ben imparato a fingersi frivola per compiacere gli uomini che se la portano in giro come fosse un accessorio. Bea, la compagna di Sally, le è sempre sembrata lo stesso tipo di persona, e il fatto che avesse due anni meno di lei non ha mai aiutato. Quando le tamburella su una spalla sarebbe quasi tentata di non voltarsi, ma poi le sussurra che c'è bisogno di lei al piano di sopra. Mare si scusa, sorride, e la segue fuori dalla sala.
L'ampio terrazzo è vuoto: è troppo freddo perché qualcuno vi si avventuri. Mare rabbrividisce, si massaggia le braccia scoperte, segue il gesto con cui Marcus, incerto sulle proprie gambe, le suggerisce di avvicinarsi. Sally Sherman è seduto sul parapetto, ha una bottiglia di champagne in mano trafugata di nascosto e oscilla il busto verso il vuoto, un codino di capelli biondi e un bel completo nero con la camicia sgualcita. Mare si toglie le scarpe con i tacchi alti, osserva Bea (ma non le sembra abbia intenzione di avvicinarsi) e quindi si avvicina al parapetto. Lo scavalca, si siede accanto a Sally e sospira, mentre lui le fruga il viso con gli occhi finché non riesce a metterla a fuoco.
"Sono felice di vederti, baby girl."
"Anche io sono felice di vederti, Jake. Che stai bevendo?"
"Una cosina leggera."
"Hai preso qualcosa?"
"Sei la polizia?"
Sally sorride inebetito, Mare sorride a sua volta, agli angoli degli occhi una rassegnazione amareggiata. Ripensa a tutte le volte che ha dovuto salutarlo per mesi interi da passare in riabilitazione, sperando sempre che fosse la volta buona, quella che le avrebbe restituito un padre se non perfetto, quantomeno dignitoso. Gli poggia una mano su una spalla, lui vibra di sorpresa, oscilla in avanti mentre lei lo tira delicatamente all'indietro. Gli infila una mano nel taschino della giacca, tirandogli fuori le sigarette. La prima la accende per lui, gliela consegna. La seconda per sé.
"Come stai, baby girl? Non parliamo più da così tanto... sei sempre così impegnata, e io ho sempre paura di disturbarti, ah? Ma non pensare che mi sia dimenticato di te. Di voi. Te e Tish, siete la luce dei miei occhi, lo sai? La luce dei miei occhi..."
Bea, più indietro, vibra di insofferenza ferita - a casa il figlio ancora neonato che ha avuto con una rockstar con quasi il triplo dei suoi anni. Mare immagina, ma non le importa.
"E lo so che sembrava di no. Io sono fatto così, mi distraggo facile. E quando faccio musica mi perdo, faccio solo quello, e tutto il resto diventa sfumato... ma non è perché non sia importante. Voi due lo siete sempre state. Voi due, e tua madre... non ho mai amato nessuno come ho amato tua madre. Anche con tutte le stronzate che ho fatto. La coca, i tradimenti... quella bella macchina che ti ho perso a poker, ancora racconti la storia quando devi parlare di me, vero? Bel padre del cazzo che vi siete ritrovate. Ma ci ho provato. Non ci sono riuscito, ma ci ho provato... ma voi, tu soprattutto, tu hai preso i geni di tua madre, invece che i miei."
"Temo di non aver preso i geni di nessuno di voi due, Jake."
"E' tutto ciò che un genitore vuole, lo sai? Una connessione con i suoi figli. E hai ragione tu, io con voi non ce l'avevo. Non di sangue, e non artistica, perché tu e Tish siete uscite con una testa così, enorme e piena di cose, mentre io ho sempre suonato con le vene, con la pelle, e la testa ce l'ho sempre avuta vuota. E poi quando abbiamo scoperto delle ali... l'ho capito subito, prima di capirlo con questa zucca leggera che mi ritrovo. Ho capito che sarebbe stata una cosa troppo enorme perché non diventasse la parte più grande della vostra vita, e io non ce l'avevo. Io non potevo capirla. Capire voi. Mi si è spezzato il cuore. E ho rinunciato. Non avrei dovuto, ma ho rinunciato."
"Jake..."
"No, fammi finire. Non sto cercando giustificazioni, ti prego credimi, non sto cercando giustificazioni per tutta la merda che vi ho fatto piovere addosso. Però è importante che tu lo sappia. Perché... perché penso sempre a quello che direte al mio funerale, tu e Tish. Siete due giovani donne meravigliose, te l'ho mai detto? Siete piene di cose, e di parole, di parole enormi e giuste e mi chiedo sempre se quelle parole le spenderete anche per me, o se... ora che non ho più niente da darvi. Ora che siete cresciute senza di me, aspettando che io mettessi la testa a posto, e non l'ho messa. Mi dispiace baby girl."
Mare oscilla le gambe nel vuoto, fingendo di non avere gli occhi lucidi. Marcus la guarda da lontano, può sentirne il cuore sbattergli contro le costole, ma lo ignora. Ignora Bea dietro di loro, anche lei a distanza, abbastanza intelligente da sapere bene come gli Sherman siano una bolla di individui feriti e disfunzionali, ma una bolla impenetrabile nondimeno. Mare fa un altro tiro alla sigaretta, si fa scendere il fumo fino in fondo ai polmoni.
"Quando Marc mi tradì, e finì su tutti i tabloid, ti stava già simpatico, lo trattavi già come fosse un tuo figlioccio. Però prendesti la mazza da baseball che ti autografò quando eri piccolo Nolan Ryan e andasti a spaccargli tutti i finestrini della ridicola Ferrari che si era comprato da neanche un mese. E quando Tish finì in ospedale la prima volta e il chirurgo vi disse che non erano riusciti a ripararle l'ala, minacciasti tutti di denunciarli e poi gli desti un pugno per cui fosti denunciato tu."
Marcus sbuffa una risata esasperata, mentre gli occhi di Sally si irretiscono di lacrime commosse. E' un uomo ormai anziano, pensa lei. Si sporge di lato e gli poggia un bacio dei più affettuosi sulla guancia.
"Nessuno è perfetto, papà. Hai sempre ragionato poco e reagito di pancia, ma hai fatto quello potevi. Mi hai mandato alle migliori scuole e mi hai fatto sempre fare quello che volevo, anche quando non lo capivi. E' tutto ciò di cui avevo bisogno."
"E sei felice adesso? Hai una vita felice, baby girl? Qualcuno che ti ama, e un lavoro che ti piace?"
Marcus sembra irrequieto sulle proprie gambe, lei lo percepisce appena con la coda dell'occhio. Si ricorda di aver lasciato la pochette con dentro il suo cellulare al tavolo, e all'improvviso sente un senso di urgenza scivolarle sulla pelle.
"Sì."
"Me lo giuri?"
"Te lo giuro."
Sally prende un respiro profondo, sorride, spalanca le braccia e si lascia cadere all'indietro. Sbatte una spalla contro il pavimento della terrazza prima che Marcus riesca ad acchiapparlo, ma non è grave. E' pronto ad essere trascinato nel suo hotel da Bea, e Mare lo lascia fare.
* * *
Evidentemente no. Sveglia Marcus e gli chiede molto piano di prendere la sua macchina ridicolmente costosa e accompagnarla a Philadelphia. Lui si lamenta un po', finché non apre gli occhi e la guarda in faccia. Le chiede dieci minuti per vestirsi, ma gliene bastano nove per essere già fuori dalla porta.
lunedì 21 novembre 2016
Revolution 30
Amelia è sottile. La saluta con baci sugli zigomi volatili, e ogni volta che vogliono vedersi hanno bisogno di prendere in mano le proprie agende a pianificare luoghi e momenti nei minimi dettagli. Lei si ritrova spesso a scrutarne i lineamenti e, quando affrontano l'argomento della Cittadella, Mare deve decidere quanto scaldarsi, quanto è disposta a dire e a farsi dire. Mantiene un tono moderato per opinioni radicali, ma comunque stemperate rispetto a ciò che pensa veramente. In macchina, sulla via verso Mutiny, decide di fare una deviazione per percorrere a distanza di sicurezza angoli di North Town vicino alle barricate. Mentre guida in silenzio, inizia a chiedersi se non sia diventata a pieno titolo un'estremista. Si risponde che sì, forse lo è, e lo pensa con una leggerezza che le riempie il petto di una risata allegra, liberata da una vita passata a farsi intimare moderazione mentre il mondo attorno a lei andava a puttane. "L'importante è mantenere la calma, miss Sherman", recita a voce alta ciò che le disse il preside dell'UCLA, dopo averla convocata di fronte a un comitato disciplinare, "calma e pacatezza possono risolvere ogni cosa, e portano di certo più frutti di tutto questo urlare." Mare batte i palmi contro il volante, accelera e urla, a pieni polmoni, come una ventunenne durante lo Spring Break.
Nick è deluso? Non ne è sicura. Ne guarda il colorito alla menta e per l'ennesima volta è costretta a mettere in discussione ognuno dei propri passi. Prima lo corteggia con l'idea di un cambiamento pacifico, tacendo come abbiano dovuto ripetere mille volte di non fare vittime tra gli umani da sfrattare, tacendo come uno di loro le abbia puntato contro un fucile a pompa e abbia premuto il grilletto, tacendo come abbia fatto parte del gruppo che ha vegliato sull'allontanamento di una famiglia dopo l'altra dalle loro case. Vorrebbe prendergli la faccia tra le mani, premergli le dita sulle tempie, baciargli entrambi gli occhi e farglieli riaprire sul mondo come lo vede lei, un posto ostile, pieno di nemici in fila per ottenere un barattolo del loro sangue. Si dice che non è consapevole di essere un mutante da abbastanza tempo, che non ha vissuto come un estraneo nel mondo tanto quanto l'ha fatto lei, che ora non è pronto a capire, ma un giorno capirà. Se lo dice, ma non può fare a meno di pensare che, un giorno, dovrà imparare ad accettare che non tutte le persone che vuole al suo fianco saranno necessariamente d'accordo con lei.
Ma alcune sì. Max è dalla sua parte. Lo scopre e lo riscopre ogni giorno, conquistata da un'incredulità che ha difficoltà a rimodellare. Ricorda le prime volte in cui hanno parlato, il distacco di lui e la sua inesauribile ostinazione a volerlo chiamare fratello, a stabilire un legame, a sentirlo parte della sua comunità. Quando si è affacciato alla porta di Mutiny, lei ha trasalito e si è chiesta cosa ci facesse lì. Quando se ne è andato, ha combattuto contro se stessa, dicendosi di dover operare maggiore cautela, un po' di sanissima diffidenza. Ma quando è andata a dormire sorrideva, e non è riuscita a fare a meno di riempirsi di una fiducia immensa e devota.
Jo si è fidata di lei. Ha distrutto una delle sue piante preferite e danneggiato la libreria, ma quando non sapeva dove andare, è andata da lei e le ha detto guardami, sono speciale anche io. Non ha pensato neanche per un istante che non avrebbe dovuto fidarsi? La notte gioca con i suoi capelli mentre dorme stesa accanto a sé, ne guarda i lineamenti morbidi e un corpo generoso in cui non legge privazioni. Per lei inizia qui, pensa, la scoperta di chi è veramente e la frustrazione di non poterlo dire al resto del mondo - oppure dirlo, e poi rassegnarsi a vivere una vita marchiata di nero, di lutto -. In mezzo ai suoi baci ha trovato un angolo di oblio, dimenticanza. E' una parentesi, ma una parentesi piacevole di cui spinge i limiti finché non è mattina, e non si rende conto che il suo frigo è vuoto e l'unica colazione che può offrire è un bastoncino di sedano intinto in caffè non zuccherato.
Benedict è un fantasma, vive in un limbo sospeso tra desiderio e diffidenza. Quando stanno insieme, lei si ritrova a oscillare fisicamente tra lui e lo spazio vuoto alle proprie spalle, magnetizzata da un uomo che non è più sicura di conoscere così bene e, allo stesso tempo, tirata indietro da tutte le cose che dovrebbe dirgli se davvero compiesse quel salto. Non è pronta, e di certo non lo è lui. Quando la mattina le suona la sveglia e non ha voglia di alzarsi, si nasconde sotto il piumone e scorre la rubrica del cellulare, stendendo piani di riserva per il matrimonio di sua sorella.
Tish è felice e Tish sta morendo, ma Mare si impegna per pensare solo alla prima parte. Galleggia in un oceano di negazione, affastella un impegno sull'altro e si preoccupa della propria pelle, della terapia, delle pasticche, della Guyana, della Cittadella, del suo cane che è costretta a lasciare ciclicamente da Routh, con le scuse più improbabili. Le rende improbabili appositamente: spera che lei dia per scontato che siano false, che in verità riguardino tutte le cure che sta facendo. Menzogne stratificate su altre menzogne, vorrebbe caderle ai piedi e chiederle perdono per ogni stronzata che le dice con un sorriso. La abbraccia meno di quanto vorrebbe, quasi temesse che la sua doppia (tripla, quadrupla) vita si indovini dalla tensione dei suoi muscoli.
A Inara invece non dice bugie, non tace verità: non vuole, almeno a qualcuno deve dire le cose come stanno. Quindi le racconta di Amy, e in parte le racconta anche di Birkenhead, seppur non pronunci mai il nome di nessuno dei due. Parlano di Martha's Vineyard, e sulle prime ride nell'immaginare Joseph Patrick Kennedy III così come l'ha conosciuto impacchettare i cimeli di famiglia e lasciare la sua villa sul mare alla popolazione superumana. Poi ci pensa di nuovo, inizia a contare, a considerare un piano programmatico in quattro, cinque anni. A pensare che forse la sua eredità potrebbe essere questa: un'isola libera. Un angolo di mondo libero. Inara le ha cambiato la vita, gliel'ha salvata, e ora le offre l'opportunità di cambiarla (di salvarla) a qualcun'altro. La mattina dopo, sotto il piumone, invece di scorrere la rubrica, mormora contro il lenzuolo l'iscrizione su una tomba: qui giace Mirabe Sherman, idealista feroce, mutante con ali solide e polmoni enormi, che liberò questa terra e ora si è meritata di dormirci dentro. Non ebbe mariti, mogli, non ebbe figli. La sua famiglia siamo noi, le abbiamo perdonato tutti gli errori perché ciò che ha ottenuto è più grande di ogni sbaglio che ha compiuto.
E' una casa, e un posto dove vivere. La notte del suo compleanno, cinque minuti prima della mezzanotte, Marc si presenta alla sua porta con una bustina d'erba e un sorriso che lei, fosse una persona più coscienziosa, gli schiaffeggerebbe via dalla faccia. Invece lo fa entrare, fumano insieme, e passano tutta la notte seduti sul divano a guardare dei filmini di quando avevano diciott'anni, a prendere in giro le loro capigliature, a fingere di non passare tutte le sere a contarsi le prime rughe. Alla fine lui si addormenta sulle sue gambe, e lei gli accarezza i capelli disordinati, un velo di barba troppo tenera per essere quella di un ultratrentenne. Sulla nostra isola, per te non ci sarà spazio, gli mormora pianissimo, un respiro e un bacio che gli poggia sulla tempia con tutto l'affetto nostalgico di cui è capace. L'ha già perso, è ancora lì. Si addormenta anche lei dopo poco, i suoi sogni popolati da draghi e monumenti agli eroi.
giovedì 3 novembre 2016
Plaza Revoluciòn
Wes torna da lei con un bicchiere di Paloma guarnito con una fettina di lime. "Sai che non posso", dice lei gentilmente, prendendolo in mano. "Sarà il nostro piccolo segreto", lui risponde facendole un occhiolino e ricamandole una carezza sulle dita.
Lei lo beve tutto, ma è perché lo vuole o perché pensa di volerlo? Ingoia la diffidenza a sorsi, ma non la lascia trapelare. Si è vestita bene, con un abito corto ma non volgare, anche se si sente congelare e vorrebbe solo prendere il cappotto e chiudercisi dentro. I tacchi alti non le lasciano riposo alla caviglia, e non può fare a meno di chiedersi, a un certo punto, se il potere di Wes non sia in fondo una splendida metafora di tutta la sua vita passata a farsi dire come vestirsi, come sentirsi, come vivere. Sono ancora io, si dice, cin cin.
Parlano del motivo per cui lei è lì, per un po'. Lui rimane sul vago, oscilla il capo e il bicchiere, lasciandole capire che ha gli strumenti per aiutarla, senza però offrirgliene. Invece di aspettare il secondo drink e accettarlo passivamente, è lei ad alzarsi per prima e andare a preparare i cocktail: un Old Fashioned per lui (per dimostrargli che lo conosce), un altro Paloma per sé (per blandirlo con l'idea di conoscerla). Dopo il secondo drink, sorridere le viene più facile (ma è l'alcol o è lui?), bene, mette la canzone che suonavano la sera che lei andò a proporgli di essere il primo repubblicano in campagna elettorale a portare la bandiera dei diritti superumani, lui ride, bene. Sua madre una volta disse che questo mondo è una partita a scacchi, lei lo ricorda ancora. Torna a sedersi, ma questa volta sul divano accanto a lui. "Ti sono mancata?", gli sfiora le maniche rimboccate della camicia. "Da morire", mente lui, una moglie e due figlie ad aspettarlo a New York (lei sterile, loro adottate, nessun pericolo di trasmissione del gene X da padre in figlia, un segreto custodito al sicuro e rivelato a lei per sbaglio, per mancanza di controllo, anni prima).
"A cosa ti servono tutte queste informazioni? Stai organizzando una guerra?": lei ride e non risponde, invece lo prende in giro per avere anche solo pensato una cosa del genere. Getta il capo all'indietro ignorando le raccomandazioni di chi le ha detto che, con la terapia in corso, qualsiasi sostanza esterna dovrebbe essere evitata (alcol, gliel'hanno fatto capire bene). Ignora anche che non essersi sentita troppo male, questa settimana, è un segnale negativo: che abbia smesso di funzionare? Che non abbia mai funzionato? Wes ha la risata migliore che abbia mai sentito e se ne sta accorgendo solo ora? Ha denti bianchi e ogni tanto, quando dice qualcosa in spagnolo, la sua voce si fa più calda. Gli passa le dita tra i capelli neri. Sono io, sono ancora io, o lo sta facendo lui?
* * *
* * *
Il giorno dopo si infila in tacchi alti (la caviglia, la dannata caviglia) e in un vestito d'oro che brilla anche sotto la luce più tenue. Si ferma in cima a una scalinata e respira i jazz dalle narici, se ne riempie i polmoni. Esamina la sala circostante dall'alto, come se ne fosse la regina. Ferma gli occhi dalle parti del bancone, il petto le si scalda. Sorride. Sono io. Ora sono io.
sabato 22 ottobre 2016
Please Wait
(Non avevi detto che...
Potrei aver mentito.)
Mare torna a casa la sera ormai tardi, dopo aver girato nel nulla per ore, in macchina, per qualche motivo sicura che qualcuno la stesse seguendo. La accoglie una cagnetta affezionata a cui deve ancora trovare un nome, e quando la porta a spasso e qualcuno le chiede come si chiama, si limita a inventare.
Sul tavolino all'ingresso trova un pacco postale che Scarlett deve averle lasciato ore prima. Il timbro postale dice Portland, quindi sa già cos'è (è stato annunciato). Scavalca le bollette senza neanche guardarle e va a mettersi sul divano. La sveglia del suo cellulare squilla, lei prende un paio di pillole che ha in tasca e le manda giù. Sospira.
(Speravi che me ne andassi... o che restassi?)
I bambini sono quattro, non tre: aveva informazioni sbagliate. Ad una prima occhiata tre, cinque, dieci e sedici anni, più un vecchio e una donna di una quarantina d'anni. I piccoli sono tutti diversi, e nessuno di loro somiglia alla madre, ma dietro la madre si nascondono quando un gruppo di sconosciuti entra in casa loro a informarli che devono andarsene. Il sedicenne no: si butta in avanti e prova ad aggredirla con una mazza da baseball, ma qualcuno di più grosso di lui lo prende per la collottola e lo inchioda a terra.
(Per cui ora ti dirò questo, e tu potrai farne quello che vuoi.)
Aspettate, prega l'anziano mentre vengono scortati fuori, aspettate, vi prego. Non hanno altri posti in cui andare, nessuna famiglia all'infuori di loro, che cosa potranno fare? Il clima è ancora tiepido, si dice lei, e riusciranno a trovare una soluzione prima che diventi inverno. Spinge sotto il tappeto tutto ciò che ha studiato sui corsi e ricorsi della povertà, ma non riesce a fare a meno di pensare di essere, ancora prima che una mutante che caccia degli umani, una privilegiata che sottrae un tetto a una famiglia in difficoltà.
(Potrò essere più... precisa, nell'immaginare il futuro.)
Un brivido le suggerisce che potrebbe starle tornando la febbre. Come ha imparato, si prende il polso e conta i battiti al minuto. E' ancora sotto controllo, si dice, non ha motivo di preoccuparsi. E ha ancora un giorno intero prima della prossima seduta, lunedì mattina. Prende in mano il pacchetto e lo scarta. E' un volumetto di una novantina di pagine, sottile e con un'illustrazione espressionista in copertina. Di Tirunesh Sherman. Il titolo della raccolta di poesie è "Hollow Bones".
(Ero furiosa. Non stavo ascoltando.)
Non piange solo perché non ne ha più forza, ma il sospiro che prende le si spezza a metà. Solleva la copertina e sfoglia le prime pagine. La dedica dice: "a chi mi somiglia".
(Devi solo... darmi un attimo. Un attimo soltanto.)
E tutto avrà senso, di nuovo.
- - -
Forget the ink, the milk, the blood—
all was washed clean with the flood
we rose up from the falling waters
the fallen rain’s own sons and daughters
and none of this, none of this matters.
martedì 11 ottobre 2016
The Party
"Qui va bene?"
La festa é iniziata da un po', lei é in elegante (spaventoso) ritardo, ma di proposito. É una cosa che le insegnó sua madre da piccola: alle feste, arrivare primi é peccato.
L'autista della limo - si chiama Andrew - non riceve risposta, guarda nello specchietto retrovisore. Tamburella delicatamente le dita sul volante, strattonando rapidamente lo sguardo di lato quando si sorprende a indugiare sullo scollo del vestito.
É uno splendido vestito. Lungo e morbido, di un blu sfumato nell'azzurro e con tonalitá che complimentano la sua carnagione. Ha dipinto le labbra dello stesso colore della pelle e caricato gli occhi di un trucco luminoso ed eccentrico, impossibile da non notare. I capelli ricci modellati in una cresta diagonale completano un aspetto quasi alieno, rapace. Si é preparata per essere notata, ma invece tentenna. Tocca il tessuto.
"É uno splendido vestito", Andrew accenna, tanto per testare se lei ci senta o meno. La vede schiudere le labbra in un sorriso divertito, malinconico. Ridere piano senza alzare gli occhi dalle proprie mani sottili.
"É in vendita, qualora ti interessasse."
"Vuole che mi avvicini di piú all'ingresso...? O che mi allontani."
L'insegna luminosa si riflette sul finestrino. É un mondo splendente, le é familiare: é anche il suo, non é cosí? Non c'é posto in cui dovrebbe sentirsi piú a casa sua che a una festa data da una star hollywoodiana. Soprattutto una a cui vuole dimostrare qualcosa.
"Come ti chiami?"
"Andrew, miss."
"Andrew. Devi perdonarmi, temo di averti fatto un viaggio inutile. Ti dispiacerebbe riportarmi a casa?"
Andrew guarda di nuovo nello specchietto retrovisore.
"É sicura?"
Lei sulle labbra ha ció che resta di quella risata malinconica. Poggia il busto contro lo schienale morbido del sedile.
"No. Ma tu portamici lo stesso."
Prende un sospiro. Sembra non finire piú.
martedì 27 settembre 2016
Ordinary Day
"E quali sono i momenti in cui il dolore é piú intenso?"
Sempre, vorrebbe rispondere. Anche quando si sente bene, la paura del dolore che arriverá piú tardi le totalizza la mente, le impedisce di concentrarsi su ció che sta facendo.
Invece risponde "la sera". La sua dottoressa appunta qualcosa, lei prende un respiro profondo. "Soprattutto nei giorni immediatamente successivi. A volte non riesco a muovermi. Vuol dire che sta funzionando?"
"Non esattamente, vuol dire solo che sta avendo un effetto. Come sai, non ci sono cure definitive, solo trattamenti. Ed é presto per dire se stiano avendo successo o meno. Deve avere pazienza, miss Sherman."
Lei sospira. Guarda l'orario, é giá tardi. Una volta uscita dalla clinica, chiama Marc e gli dice che dormirá da lui - si dimentica che dovrebbe chiedere, e lui glielo fa notare. La cosa la fa arrabbiare cosí tanto, e in modo cosí irrazionale, che gli attacca in faccia e ignora tutti i suoi successivi messaggi. Invece va a Grand Central e compra un biglietto per tornare a Philadelphia la sera stessa.
Sul treno, é impegnata a leggere il romanzo d'esordio di un'autrice etiope quando un trentenne con una bella mascella squadrata e occhi azzurri le si siede accanto senza chiederle il permesso, e le chiede se non é "quell'attrice mutante di quel film quasi famoso". Lei risponde di no. Lui ride, poggia un dito sulla copertina del libro e la spinge, chiedendole cosa sta leggendo. Lei non risponde. Lui inizia a spiegarle il vero problema con i superumani e come risolverlo. Senza che lei apra bocca neanche una volta, continua a parlare per tutto il viaggio.
Dal momento in cui varca la soglia di Mutiny a quello in cui riesce a salire al secondo piano, dove c'é il suo appartamento, passano due ore. Cade sul divano e accende la tv. Fa zapping finché le news mondane non mostrano il volto di sua madre, in un abito sobrio e costosissimo, mentre parla di fronte a una platea di suoi pari di come sia difficile avere successo nello show biz da donna. Sprofonda un po' piú nel divano e continua a fare zapping, finché non inciampa nella replica di una vecchia stagione di Dancing With The Stars. Ci incontra una faccia conosciuta che le strappa nonostante tutto un sorriso. Quel ballo se lo ricorda, l'ha giá visto su una televisione decisamente piú grande. Si mette comoda sul divano, prende un paio di antidolorifici e si addormenta guardando la puntata, sorprendendosi di come il dolore, almeno per quella notte, non riesca a svegliarla.
lunedì 29 agosto 2016
Silly Me
E' una scelta senza ritorno. E alla lunga, comporterà l'abbandonare tutto quel che hai: famiglia, amici, amori. Non c'è spazio per altro, se non per la guerra.
Non mi interessa. [...] Farò ciò che è necessario.
- - -
Non posso fare meglio di così, adesso. Non posso davvero.
Che sciocca. Sei veramente l'uomo che dicono che tu sia.
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venerdì 26 agosto 2016
Losing Control
Lunedì sono organizzate. Guardano mappe e ripassano il piano, riaggiustandolo in modo da ridurre il tempo in Nevada e aumentare quello in California. In taxi Mare pensa alla sua ultima conversazione con Benedict, alla precisione dei suoi ricordi solo fino a un certo punto, alla sicurezza con cui ha saputo nominare il colore del suo vestito e il brand che glielo regalò per entrare nelle grazie di sua madre. Lei gli ha sorriso e ha ironizzato sugli istinti predatori della gente ricca e famosa come se fosse un argomento da salotto che non le ha mai torto lo stomaco e fatta vomitare – vomitare, a un certo punto non aveva neanche più bisogno del manico di uno spazzolino per costringersi a farlo – per anni alla ricerca dell'approvazione di cui sentiva disperatamente il bisogno. Nel pensarci finge di leggere qualcosa al cellulare, Amy glielo prende dalle mani e le fa promettere che lo terrà spento per tutta la vacanza, se la ama, dice proprio così: se mi ami, poi si imbarazza come se avesse preso una storta in mezzo a una piazza (è la prima volta che ne parlano in quei termini e decisamente troppo presto), e Mare ci ripensa quando ai controlli in aeroporto la riconoscono e le controllano il bagaglio a mano tre volte (non c'è da fidarsi di questi muties estremisti, dicono tra di loro pensando che lei non possa sentirli). Se mi ami, ha detto Amy, e così si ripromette di non accendere il cellulare, leggere giornali, controllare le news e fare qualsiasi cosa che non rientri nello standard di una vacanza con una persona che ami.
Martedì sono attive. Mare si impone di fare colazione e Amy è stregata dal vederla in abiti semplici, privi di pretese, la sua energia intellettuale riconvertita in tensione muscolare e occhi attenti, a volte nascosti dall'obiettivo della reflex. Mare le fa poche foto, ma ognuna è speciale, ognuna è bella in modo diverso, e Amy ha sotto la pelle l'eccitazione irragionevole degli innamorati nuovi, che devono ancora scoprirsi, e per questo la sera fanno l'amore senza neanche sentire la stanchezza della giornata, e si addormentano ancora nude con l'immaginazione piena dei paesaggi riarsi del Nevada.
Mercoledì sono rilassate. Camminano lentamente e fanno soste frequenti e lunghe, in cui parlano della loro vita. Amy racconta a Mare dei sacrifici fatti dai suoi genitori immigrati, dell'incidente in cantiere che uccise suo padre, delle difficoltà d'apprendimento di sua sorella minore e del ruolo che svolse nella sua decisione di dedicarsi all'insegnamento. Mare tentenna, procede come un bagnante timido: infilando la punta del piede nell'acqua per verificarne la temperatura. Le dice, in maniera vaga, di aver avuto un'infanzia e un'adolescenza insolite. Le racconta di come Tish sia per lei Tiru, e di come Tiru la chiami Miramare quando sono da sole perché si sono promesse da piccole di non cedere mai a coloro che avrebbero preferito cancellarne l'identità mista, mulatta. Le racconta di quanto fosse Tirunesh l'incosciente, tra loro due, la coraggiosa: di come si buttò a sette anni nella piscina della loro villa senza aver mai imparato a nuotare, e di come aveva imparato a scalare le palme californiane. Le dice che le manca il Pacifico, ma non Los Angeles. Le rivela di come non sia mai neanche andata al letto con Daniel Wolk, dei veri motivi per cui lui accettò di fingersi il suo compagno per tutta la durata della campagna elettorale (è la prima persona al mondo a cui li racconta). Amy ascolta tutto. Le chiede cosa si ricorda dei suoi primi anni di vita, dei suoi genitori naturali. Mare dice “poco”, e nient'altro, ma a qualcun'altro avrebbe risposto niente. Glielo dice: a qualcun'altro avrei risposto niente, e dentro c'è la promessa di dirle di più, prima o poi. Presto.
Giovedì sono felici. Si spostano in California durante la mattina e passano tutta la serata con Tirunesh Sherman, che le accoglie con un sorriso e un braccio rotto che fa preoccupare Mare più di quanto sarebbe normale, consueto. Tish e Amy continuano a parlare anche quando Mare si allontana per andare al bagno, e si ferma dietro il muro a guardarle non vista. Vanno d'accordo, ridono, discutono di letteratura e poesia in modo appassionato. La prima cosa che Amy ha detto a Tish quando le ha presentate è che ha delle ali bellissime. Non ha guardato altrove, non ha fatto una battuta né finta di niente, non ha posto domande personali, ha solo detto: le tue ali sono bellissime. Tiru sembra ancora più fragile dell'ultima volta che l'ha vista, e quando Amy esce a fumare racconta a sua sorella di star valutando un rientro permanente da Portland a Los Angeles per poter essere seguita da una struttura medica attrezzata alle sue sempre maggiori esigenze. Il suo scheletro si sta frantumando, ma questo Mare lo sa già. Si è rotta il braccio sbattendo per sbaglio contro una porta. Quando si abbracciano e si salutano, Mare è particolarmente attenta a non stringerla troppo forte. La tua ragazza mi piace molto, le dice Tiru, ad oggi, è la mia preferita. Mare ride, il cuore le si riempie di cose che, per tutta la notte, le sembrano giuste e concrete, e vedere Tiru disintegrarsi le spinge nelle vene una forma d'urgenza tutta nuova.
Venerdì sono ubriache (di vita, d'amore, di tequila). La tequila è imputabile a una festa per VIP a cui sono state invitate da una sua vecchia amica che ha sentito dire che Mare Sherman era tornata a L.A. Non ci sarebbe andata se Amy non avesse mostrato tanto entusiasmo all'idea di incontrare qualche stella di Hollywood su una barca più costosa di qualsiasi appartamento abbia mai avuto in affitto, e una volta lì Mare le presenta un paio di editori che potrebbero aiutare il suo progetto per portare libri nelle scuole delle periferie di Philadelphia. La vede esitare, trovare coraggio, poi provare. La guarda da lontano mentre Marcus urla il suo nome da una parte all'altra della poppa, e lei si sente sciocca per aver pensato che non l'avrebbe trovato lì. Sono già ubriachi entrambi quando lui le dice che quella ragazza latina è molto carina e chissà quanto durerà, e le racconta quanto sarà bella e grande la casa in cui vivranno quando saranno quarantenni sposati, e i nomi ridicoli che daranno ai loro figli famosi, tutti naturalistici, come i Phoenix (lui pensava Hurricane, Thunder e Storm, un batterista, un chitarrista e una cantante). Si sorprende quando trova, invece del solito scivoloso spirito dismesso e magnanimo che lei gli concede di solito, un'irritazione viva e vivace: Mare si alza in piedi e si allontana, ma non senza prima avergli detto sono stanca e piena delle tue stronzate. Passa il resto della nottata a ballare con Amy e manca poco all'alba quando vanno a cercare il Capitano del vascello perché reciti qualche formula di rito.
Sabato sono sposate e i paparazzi l'hanno già scoperto da diverse ore: le foto del “matrimonio” sono già state vendute e pubblicate dal miglior offerente. Quando Mare apre gli occhi ha la testa piena di grilli e Amy sta fingendo di dormire, voltata in modo da darle le spalle. Nel pomeriggio non può correrle dietro: nasce prematuro ma in salute Sunny Sherman, figlio di Jake “Sally” Sherman e di Bea (Beatrice Qualchecosa, Mare non si è data pena di impararne il cognome il giorno che scoprì che aveva due anni meno di lei) – suo fratello, cioè. Marcus si offre di darle un passaggio verso dove ha avuto luogo il parto in acqua, un costoso vigneto californiano, l'ultimo acquisto di Sally che lei aveva più volte sconsigliato. Non si scambiano una parola per tutto il percorso, ma scoppiano a ridere, infelici all'unisono, quando la radio passa la prima canzone che abbiano mai cantato insieme. I've got chills, they're multiplying...
mercoledì 17 agosto 2016
502 Books
Amy è un porto sicuro. E' una delle prime persone che ha conosciuto a Philadelphia e le corde sfilacciate della loro relazione non le hanno mai strette così tanto da farle scoprire - e soffrire - gli alti e i bassi dell'umore di Mirabe Sherman. Mare è rimasta irretita dal suo sorriso luminoso, dalle curve di un corpo accogliente e volitivo, dalla passione schietta e priva di ombre con cui parla dei suoi ragazzi, scolaresche di adolescenti indisciplinati del Southside, strappati alla forza magnetica delle gang, a cui insegna storia e letteratura americana presso la Martin Luther King High School nascosta dietro Shields Street. Le piace come dell'ironia non rida e sovente non la capisca, perché non concepisce la doppiezza che vi è indispensabilmente associata. Di come le ha raccontato di quando ha scoperto il suo potere per la prima volta, senza chiederle di reciprocare subito - senza nemmeno aspettarselo -. Le piacciono la consistenza del suo materasso e l'odore dei suoi capelli, le sensazione di raccolta protezione che non riesce mai a sentire in compagnia di un uomo, perché dagli uomini ha imparato a sentirsi manipolata fin da adolescente e l'imprinting le ha fottuto la testa per tutti gli anni a venire senza che abbia trovato ancora una chiave di decifrazione adeguata di ciò che le naviga nel retro del cervello.
Per cui, quando va da lei, non lascia biglietti e non si cerca le scarpe per terra aiutandosi con la luce emanata dal display del cellulare: invece dorme tutta la notte e la mattina si ferma per la colazione, anche se non mangia mai niente. Ma oggi si lascia tentare da tre chicchi d'uva, contati.
"Dovresti venire a parlare ai ragazzi, un giorno. Sto provando a esporli al maggior numero di persone possibile, la maggior parte di loro non è mai uscita dalla Pennsylvania?"
"E pensi che i tuoi colleghi sarebbero d'accordo a far indottrinare dei teen da una pericolosa sovversiva come me?"
"Non trovo tu sia una pericolosa sovversiva."
Mare sorride. Amy non ha colto l'ironia, ma non la corregge. Vorrebbe correggere invece se stessa: dovrebbe usarne di meno, pulirsi la testa dal sarcasmo malevolo che ha appreso fino a quel momento e ricominciare una vita epurata da tutto ciò di buio che ha incontrato. Sarebbe una rigenerazione quasi messianica: le basterebbe abbandonarsi all'ordine naturale e pacato della vita di Amanda Fuerte - sarebbe sufficiente a farle scoprire la normalità, finalmente. La pace di mente, di spirito. Sa di doversi vestire e andarsene, e si sente così in colpa da sorprendersi a chiederle se le va di andare al cinema insieme, nel weekend. Amy risponde di sì, ma vuole scegliere lei il film. Mare risponde che va bene tutto, basta che non sia l'ultimo di Reitman. Amy dice okay, senza chiederle il perché. Senza chiederselo neppure.
- - -
Amy è un porto sicuro, ma troppo: quando lascia il suo monolocale, il mondo le sembra un po' più minaccioso di come lo ha lasciato. Torna a casa propria con un taxi, John le consegna un busta con un biglietto e una chiave. Riconosce la calligrafia ancora prima del nome, e dopo essersi fatta una doccia e cambiata i vestiti è di nuovo su un taxi. Sa già cosa troverà nel magazzino che quella chiave apre, ma quando tira su la saracinesca metallica e accende la luce il cuore le salta ugualmente un battito. Sfiora i frontespizi in punta di dita: conosce già tutti i titoli a memoria. Sul secondo scaffale trova Abyssus di Damasqua Hart, il suo terzo libro preferito. Lo tiene tra le mani mentre si siede a gambe incrociate di fronte al resto. Non c'è niente di ordinato o pacato nel modo in cui si sente. Nulla di razionale, sicuramente non c'è un briciolo di pace. Le viene da ridere e da piangere nello stesso momento, e si sente così ridicola da trovarsi intollerabile. Allo sbando: pneumatici lisci su asfalto ghiacciato. Tutte le sue responsabilità le sembrano per quei momenti inconsistenti, le sue scelte passate sbagliate e bisognose di una scrupolosa analisi sotto una lente di ingrandimento che magnifichi ogni svolta poco ragionata e un bisturi che sezioni le sue motivazioni fino a inciderne le ossa. Quanto ha ottenuto negli ultimi dieci anni? Quante cose reali e concrete ha davvero ottenuto, al netto di tutti i tentativi e tutti i fallimenti? Quanto può sperare di fare nei prossimi dieci anni?
Due settimane fa aveva cinquemila volumi, adesso ne ha cinquecento. Resta a contemplarli per un po'. Ancora un altro po'.
mercoledì 10 agosto 2016
Fumigated Demons
Ha promesso a Benedict che ci penserà. Non fa altro per tutto il viaggio in Uber che la porta al Wells Fargo Center, lo stadio di hockey di Philadelphia riconvertito d'estate a sede di alcuni dei rock fest più affollati della Tri-State Area. L'autista riesce a portarla solo fino a un certo punto, lei ringrazia e fa il resto della strada a piedi. Se mi metto in ginocchio adesso, le ha detto, corro il sereno rischio di non riuscire più a rialzarmi. I cartelloni che supera recitano a grandi lettere THE CONS: BARELY LEGAL TOUR. Li supera grazie al VIP Pass che Marcus le ha legato al polso ingessato mentre dormiva, scrivendo sul retro come ai vecchi tempi. Quel tipo di vita - i vecchi tempi - la chiama indietro e la terrorizza. Ma la terrorizza anche essere circondata solo da nemici. Alcuni dei quali la vogliono morta. Non te ne andare, le ha chiesto. Accede al backstage e un roadie la avvicina per dirle che adora tutto ciò che suo padre ha mai fatto, artisticamente. Anche le overdose? vorrebbe chiedergli. Anche le settimane in cui spariva e non sapevamo dove fosse finito, anche la manciata di figli illegittimi, anche il modo in cui si è giocato la mia macchina nuova a poker, anche quello? Non dice niente, invece, se non grazie: in fondo, non ha risentimenti verso Sally.
Il concerto è già iniziato. Sarebbe dovuto cominciare alle nove, ora sono le undici, vuol dire che devono aver suonato la prima nota non prima di una mezz'oretta fa. Conosce il set a memoria, sa che ogni canzone del nuovo album deve alternarsi a una hit del passato. E lei conosce ogni pezzo come se l'avesse scritto lei stessa - in molti casi, era in sala produzione quando si decideva cosa sarebbe stato scartato e cosa invece sarebbe finito nell'album definitivo. Ancora più spesso, ha ritrovato pezzi della loro storia travagliata nella Billboard Top 50 Chart. Per uno, due, tre. Nove anni. All'inizio la lusingava. Non è colpa tua / Ma va così / Sono stanco di te / Ora e così / E sempre lo resterà. The Way It Is, il primo singolo del secondo album, 2016, scritta in occasione della loro prima separazione. La mia ex dice che manco di profondità / farò del mio meglio / Tu dici che vuoi starmi accanto / Tesoro c'è qualcosa che non va in te. Someday, 2020, l'ex era lei. Voglio rubarti l'innocenza / Voglio rifiutarti / Ma rivoltarti / Contarti le voglie / Comportarmi male, gliel'aveva sussurrato tra le lenzuola sei mesi prima che diventasse il ritornello più cantato nelle rock venues californiane. Hard To Explain è il resoconto del loro peggiore litigio. Two Kinds of Happiness l'hanno scritta insieme mentre erano in vacanza in Europa. Razorblade è uscita fuori dopo la terza proposta di matrimonio poco seria, fatta da ubriaco e rifiutata (Sono sempre o nelle tue braccia / O ai tuoi piedi).
Se mi metto in ginocchio adesso...
Lo ha implorato mille volte di smetterla. L'ha minacciato, l'ha lasciato più volte, sempre con tutti i riflettori puntati e addosso l'ansia del giudizio universale. Ma come faccio, sweet darling, honey bee, che colpa ne ho se sei la mia musa? Lui le sorride dal centro del palco, dal centro del palco raggiunge il backstage lasciando circa ventimila persone ad aspettarlo, solo per stringerle la vita troppo forte e premerle un bacio inebriato sulle labbra. Lei gli vede le pupille dilatate (troppo) e gli spinge via la testa come si farebbe con un cane di casa troppo molesto, ma di cui tutto sommato ci si fida. Lui ride, tenendo la chitarra di lato per poterle mordere un orecchio e oscillare assieme a lei, mentre qualcosa osa dirgli che forse è il caso di tornare sul palco. "Vieni a cantare Waterloo con me?", chiede. "No."
"Però te la posso dedicare?"
"No. Non è neanche vostra, Pete non si risentirà?"
"Chi se ne frega di Pete, te la dedico lo stesso, tanto ti incazzi uguale."
"Mi devi sempre far pentire..."
"Resti finché non chiudiamo?"
"Però ora torna sul palco..."
"Giuri?"
"Sì, dai, ma vattene."
Lui ci riprova, lei lo schiaffeggia, lui si preme entrambe le mani sul cuore mentre barcolla all'indietro, presto visibile a tutte le persone che hanno pagato per sentirlo suonare. E' un impunito senza vergogna, ma per qualche motivo, in quel momento, riesce a farla ridere, a farla sentire leggera. "Questa", annuncia al pubblico, "l'ho cantata mille volte, e sempre sotto la stessa finestra. Sto ancora aspettando che si apra." Deve essere il motivo per cui decide di andare via solo mezz'ora dopo, passando a salutare Jules prima.
Passa a Mutiny. Chiede all'Uber di aspettarla mentre lei sale "per un momento". Infila le chiavi nella toppa e, quando entra, la corrente non funziona. C'è solo la luce pallida dei lampioni vicini a trapelare dalle finestre. Illumina pareti nere, mobilio carbonizzato. Illumina le piante sul balcone, tutte bruciate. E i libri. Cinquemila volumi, tutti andati in fumo, inutilizzabili. Probabilmente la più grande biblioteca tematica sui superumani, e ora non è più niente. Probabilmente il più grande sforzo della sua vita, l'unica cosa in cui ha messo sempre e solo costanza e dedizione. Sei la mia Waterloo / E io sarò la tua Gypsy Lane / Sono così contento di sapere cosa fare / e a chi dare la colpa. Si passa la mano sul viso e cerca con tutta l'energia che ha di non piangere. Hai visto, ti ho portato dei fiori / Li ho raccolti dal palco dell'Old Vic / Sono ore che sono seduto qui / A rincorrere le parole sulla pagina. La California le manca, Marcus le manca. Le mancano Jules e Tish. Le manca la prepotente leggerezza delle feste di Hollywood, piene di gente che si crede al centro del mondo senza mai parlare di niente di importante. Dimmi che mi ami / Per tre buoni motivi. Otto settimane prima, era riuscita trovarne solo due.
Se me ne vado...
Se mi metto in ginocchio adesso...
Il coraggio non gliel'ha mai insegnato nessuno, l'incoscienza invece veniva da sola con quel tipo di vita. Quando finalmente torna tra mura familiari e intatte, in un ampio e alto loft del centro, la prima cosa che fa è spiegare le ali. Si slancia in alto, ma non le batte mai, terrorizzata dalla possibilità della caduta. Prende un paio di Xanax e si infila nel letto, piombando in un sonno senza sogni. Rimane nel letto quasi ventiquattro ore secche. Quando finalmente si sveglia, trova una manciata di chiamate e di messaggi. Birkenhead le chiede come è andata la giornata. Marcus le scrive che è una stronza per essersene andata, ma che l'ha già perdonata. Si alza e va a gettarsi nella piscina. Tre buoni motivi: il primo è resistere alle minacce. Il secondo è vendicare Robert. Mentre è sott'acqua, sente ancora le stesse parole. Se mi metto in ginocchio adesso...
Mi convincerai a restare.
You'll never fumigate the demons
No matter how much you smoke
So just say you love me
For three good reasons
And I'll throw you the rope
You don't need it
Because you are the survivor
Of more than one life
And you're the only lover I had
Who ever slept with a knife
But you're not Judy Garland
Oh just like me you've never really had a home of your own
But I'm not Tony Hancock baby
Until the dawn
We'll stone the crows
We'll stone the crows
And you see I've brought you flowers
All collected from the Old Vic Stage
Well I've been sitting here for hours, baby
Just chasing these words
Across the page
Cause you're my Waterloo
Well I'll be your Gypsy Lane
I'm so glad we know just what to do
And exactly who's to blame
And you're my Waterloo
I'll be your Stanley Park
Well I'm so glad we know just what to do
And no one's left
Stumbling around
Fumbling around
Tumbling around
In the dark
Always in the dark
You're my Waterloo
I'll be your Calvary
Well I'm so glad we know just what to do
And everyone's gonna be happy
Everyone's gonna be happy
Everyone's gonna be happy
But of course
sabato 6 agosto 2016
Old Jokes
"Non è stato molto carino", mugugna appena svegliatosi, "mettermi nella blacklist", e non ha tutti i torti.
Lei schiude gli occhi, stende di lato il braccio sano e prende la bottiglietta d'acqua in cui sua madre ha infilato una cannuccia. Fa qualche sorso mentre lo mette a fuoco. "I tuoi capelli sono ridicoli", considera con un sospiro, e Marcus - ma è più noto al mondo come la rockstar dei Cunts, Titus Red - sorride molesto, contento di avere a che fare con la Mary che conosce piuttosto che con una palla di piume ferita e depressa. Forse, da qualche parte, sa che ciò che Mirabe mostra e ciò che Mirabe sente sono concetti che di rado camminano parallelamente, ma in fondo non gli importa.
Lei, d'altra parte, gli ha sempre perdonato tutto. Non gli dice niente - se non un mugolio un po' sofferto - quando lui le si va a schiantare accanto, sul letto, e le circonda la testa tra le braccia baciandole l'occhio sano (a schiocco) e quello pesto (più delicatamente). Una tale invasione del proprio spazio personale Mare l'ha concessa di rado, e mai con la naturalezza vagamente rassegnata che adopera ogni volta che Marcus le gira attorno.
"Ma non ti fa schifo scoparti un vecchio?" lamenta lui, fingendo una vaghezza che non gli appartiene, un trucco che lei potrebbe presto riconoscere se non avesse la testa appesantita da antidolorifici e dolore troppo forte per essere sopito dal mix di farmaci che le gira nelle vene. Invece di negare, gli dice che "un giorno saremo vecchi anche noi". Marcus sorride. "Ma io a quarant'anni avrò fatto abbastanza soldi da mettere la testa a posto, honey bee, pretty punk: ti sposerò e faremo una marea di bambini di cui incasineremo il cervello insieme. Gli diventa duro almeno? O devi passare le ore a ballargli intorno?" Le bacia una guancia e poi il collo, mentre il petto di lei singhiozza l'intenzione di una risata. "Non ti sposerei fossi l'ultimo uomo rimasto al mondo, Marc." Ruota il capo e gli poggia le labbra sulla tempia, spingendo con la testa per allontanargli la bocca dalla propria pelle.
Lui si vendica stampandole un bacio sulla bocca un attimo prima di rotolare giù dal letto. Si rialza sbuffando, dopo aver fatto a tentoni un metro pieno, e la prima cosa che fa è solleticarle la pianta dei piedi per farla mugolare di fastidio deliziato. "Vai a chiamare qualcuno, mi sta scoppiando la testa." Marcus le fa il verso e ciondola fino alla porta. Proprio mentre sta abbassando la maniglia, Rachel Carson fa il suo ingresso, impeccabile come suo solito. Guarda Marcus, e il suo sguardo basta - come al solito - a farlo schiacciare contro un muro. Poi cerca sua figlia, la vede sorridere ammaccata dal dolore di un'emicrania. "E' successo qualcosa alla sede del Philadelphia Doubter", la informa, ma è solo un preambolo: "questa città è piena di squilibrati, appena ti dimettono torni in California con noi." Marcus sorride tronfio, mentre il cuore di Mare Sherman sprofonda nel buco nero del terrore. "Una volta tanto", dice lui, "sono d'accordo con la signora."
Lei schiude gli occhi, stende di lato il braccio sano e prende la bottiglietta d'acqua in cui sua madre ha infilato una cannuccia. Fa qualche sorso mentre lo mette a fuoco. "I tuoi capelli sono ridicoli", considera con un sospiro, e Marcus - ma è più noto al mondo come la rockstar dei Cunts, Titus Red - sorride molesto, contento di avere a che fare con la Mary che conosce piuttosto che con una palla di piume ferita e depressa. Forse, da qualche parte, sa che ciò che Mirabe mostra e ciò che Mirabe sente sono concetti che di rado camminano parallelamente, ma in fondo non gli importa.
Lei, d'altra parte, gli ha sempre perdonato tutto. Non gli dice niente - se non un mugolio un po' sofferto - quando lui le si va a schiantare accanto, sul letto, e le circonda la testa tra le braccia baciandole l'occhio sano (a schiocco) e quello pesto (più delicatamente). Una tale invasione del proprio spazio personale Mare l'ha concessa di rado, e mai con la naturalezza vagamente rassegnata che adopera ogni volta che Marcus le gira attorno.
"Ma non ti fa schifo scoparti un vecchio?" lamenta lui, fingendo una vaghezza che non gli appartiene, un trucco che lei potrebbe presto riconoscere se non avesse la testa appesantita da antidolorifici e dolore troppo forte per essere sopito dal mix di farmaci che le gira nelle vene. Invece di negare, gli dice che "un giorno saremo vecchi anche noi". Marcus sorride. "Ma io a quarant'anni avrò fatto abbastanza soldi da mettere la testa a posto, honey bee, pretty punk: ti sposerò e faremo una marea di bambini di cui incasineremo il cervello insieme. Gli diventa duro almeno? O devi passare le ore a ballargli intorno?" Le bacia una guancia e poi il collo, mentre il petto di lei singhiozza l'intenzione di una risata. "Non ti sposerei fossi l'ultimo uomo rimasto al mondo, Marc." Ruota il capo e gli poggia le labbra sulla tempia, spingendo con la testa per allontanargli la bocca dalla propria pelle.
Lui si vendica stampandole un bacio sulla bocca un attimo prima di rotolare giù dal letto. Si rialza sbuffando, dopo aver fatto a tentoni un metro pieno, e la prima cosa che fa è solleticarle la pianta dei piedi per farla mugolare di fastidio deliziato. "Vai a chiamare qualcuno, mi sta scoppiando la testa." Marcus le fa il verso e ciondola fino alla porta. Proprio mentre sta abbassando la maniglia, Rachel Carson fa il suo ingresso, impeccabile come suo solito. Guarda Marcus, e il suo sguardo basta - come al solito - a farlo schiacciare contro un muro. Poi cerca sua figlia, la vede sorridere ammaccata dal dolore di un'emicrania. "E' successo qualcosa alla sede del Philadelphia Doubter", la informa, ma è solo un preambolo: "questa città è piena di squilibrati, appena ti dimettono torni in California con noi." Marcus sorride tronfio, mentre il cuore di Mare Sherman sprofonda nel buco nero del terrore. "Una volta tanto", dice lui, "sono d'accordo con la signora."
mercoledì 3 agosto 2016
Tamable Bones
Inciampa non appena supera l'ingresso del minuscolo appartamento sotto la sede di Mutiny, ma si rialza perché ha fretta. I gatti le si infilano tra i piedi, le fanno le fusa, rischiano di farla cadere di nuovo (pensa: mi sono dimenticata di nutrire queste due odiose bestie, spero non abbiano mangiato il topo in assenza di alternative). Si sfila la bomber jacket e la lascia cadere a terra, sperando che non ci piscino sopra (vorrebbe evitare di rovinarla, in un modo o nell'altro), poi il top, poi il reggiseno.
Mezza nuda, geme di dolore mentre le ossa le strusciano contro le vertebre. Le fa sempre un male cane quando prova a trattenerlo, e ormai è più di una settimana che essere confinata a Bella Vista le impedisce di spiegare le ali. Ma non ha scelte: ha promesso di non tornare in centro perché lì i suoi angeli custodi non potrebbero proteggerla - soprattutto non potrebbero catturare i prossimi Cacciatori che verranno a trovarla. Ma verranno? Li sta aspettando, ma se non venissero mai? Paga fior di quattrini per il suo loft in centro, una voliera scelta appunto per impedirle di impazzire, o di perdere il controllo. E ora non può neanche usarla.
Nel momento esatto in cui sta allungando la mano per raggiungere il mobiletto dei farmaci (a due passi da dove ha dovuto far vomitare Quinn), sente lo strattone: robusto, all'indietro, la spinge nel il corridoio e le fa sbattere la schiena contro il muro con un'energia che le fa supporre di essersi fratturata qualcosa. Farle rientrare è impossibile, anche solo controllarle è un lavoro di fino per cui adesso non ha testa, o calma (non avrei dovuto bere quel caffè).
Sbattono contro i mobili, buttano a terra una lampada nuova che si schianta con un fragore di cocci. Sono quasi le due, pensa, mentre abbattono un quadro ritraente dei cani da caccia che era ordinatamente appeso a una parete. Dei gatti non c'è più traccia, si sono nascosti terrorizzati in qualche angolo. Prova a batterle piano (uno, due, uno, due), su una traiettoria breve, quanto basta perché la spinta d'aria la faccia rimettere in piedi. Ma non regola bene, le sfuggono, un attimo dopo qualcosa ha rotto una finestra e lei è proiettata contro il soffitto. Il colpo la fa rimbalzare verso il basso, sembra la biglia di un flipper.
Dalla porta del bagno non passano di certo, non così. Si aggrappa agli stipiti e poi prova a spingersi dentro, mentre qualcuno inizia a colpire rabbiosamente la porta d'ingresso. Urla Sherman, Sherman, fottuta troia! E' un uomo, non le importa, la porta è solida e lei ha altri problemi. Prova a piegarle all'indietro, parallele l'un l'altra, mentre tende il busto e le braccia in avanti, verso il mobiletto. Sherman fottuta stronza, ci vivo da quindici anni qui, ho due figli e tu mi vuoi cacciare, mutante negra del cazzo? Arrivi coi tuoi soldi e pensi che puoi sfrattarci? Dove pensi che vado, con due figli, stronza? Ti brucio casa sotto al culo prima di andarmene da qui, devi averci paura a dormirci!
Check, pensa, check and check, ho già paura a dormirci, non è questo il momento di preoccuparsi di queste cose. Loro spingono per tirarla indietro e lei invece supplica di proiettarsi in avanti, quasi come ha supplicato Maximilian Lee di smetterla di essere un nemico della comunità superumana, comunità, comunità, la sua di comunità latita. Pesca a piene mani dal mobiletto prima di finire di nuovo con la schiena contro il muro del corridoio, e solo per miracolo, scartando tubetto dopo tubetto, trova ciò che le serve. Due pasticche di Xanax, facciamo tre, che questo è il dosaggio basso (non è vero, se l'è fatto modificare, ma finge di non ricordarselo). Le manda giù a secco e rimane seduta per terra ad aspettare che facciano effetto, mentre loro fanno quello che vogliono. Buttano giù qualche altro quadro, forse, o forse no, non se ne rende conto. Scivola nell'incoscienza più dolce così, sul pavimento, mentre chiunque ci sia fuori dalla porta inizia a prenderla a calci esasperati. Questo non è il tuo posto, Sherman, io vivo qui da quindici anni, tu non hai nessuno qui. Il giorno che gli Hunters vi faranno saltare tutti in aria stapperò una bottiglia di spumante, Dio mi sia testimone.
Si sveglia ancora sul pavimento, ma rannicchiata in un guscio di piume chiusosi su di lei durante le ore di incoscienza per proteggerla. Sente in bocca ancora il sapore di caffè e di mentolo, mischiato con il lamento di uno stomaco vuoto, affamato. Si concentra e questa volta riesce a farsele rientrare nelle scapole, avvolgerne le ossa attorno alla spina dorsale e alla gabbia toracica. Si alza in piedi barcollando. E' ancora mezza nuda, in tasca ha ancora il cellulare. Lo prende, Birkenhead le ha scritto quasi due ore fa. Non gli risponde e invece va ad aprire una scatoletta per i gatti che hanno ripreso a strusciarsi contro le sue gambe. Poi si siede per terra, si avvolge le ginocchia con le braccia e li guarda mangiare. Il mostro è ancora lì, la abbraccia da dietro. Le dice che non sa niente e le suggerisce i modi migliori per farsi tanto minuscola da scomparire. Lei annuisce e lo ringrazia, come etichetta esige.
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