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mercoledì 29 marzo 2017

Difference Between


"La differenza", faceva una canzone di suo padre "è tra le persone che ti chiedono se possono fare qualcosa per te... 
e quelle che lo fanno e basta." 

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It is a curious thing, the death of a loved one. We all know that our time in this world is limited, and that eventually all of us will end up underneath some sheet, never to wake up. And yet it is always a surprise when it happens to someone we know. It is like walking up the stairs to your bedroom in the dark, and thinking there is one more stair than there is. Your foot falls down, through the air, and there is a sickly moment of dark surprise as you try and readjust the way you thought of things.

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«E se qualcuno pensa che sia un dannato crimine, well: vengano a prendermi. Quello che potevo perdere ormai l'ho perso, e non c'è più niente che possano farmi, adesso.»

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«Smettila, ti fai male.»

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«Devi sapere questo: che io vi ho voluto, e che io vi ho amato. E che mai nessun dolore e mai nessuna tragedia o malattia potrà mai togliermi la gioia di avervi conosciuto.»

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«I never stopped caring... I'm pretty sure I never will.»

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«I'm so so sorry, baby girl.»
«Don't say that. Don't ever say that again.»

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Cara Miramàr...


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Mama there's wolves in the house
Mama they won't let me out
Mama they're mating at night
Mama they won't make nice

They're pacing and glowing bright
Their faces all snowy and white
Bury their paws in the stone
Make for my heart as their home

They tumble and fight
And they're beautiful
On the hilltops at night
They are beautiful

Blazing with light
Is the whitest and the tallest and the biggest one
She's muscled and fine
When she runs

They're tearing up holes in the house
They're tearing their claws in the ground
They're staring with blood in their mouths
Mama they won't let me out

They tumble and fight
And they're beautiful
On the hilltops at night
They are beautiful

Blazing with light
Is the whitest and the tallest and the biggest one
All muscled and fine
When she runs

Mama there's wolves in the house
Mama I tried to put them out
And mama I know you're too wise
To wait till those wolves make nice

giovedì 26 gennaio 2017

Apocalypse Song


25 Gennaio 2025, Philadelphia

Quando è di ritorno dal Red Bunny è esausta. Martie le gira intorno e le poggia il naso umido contro le dita, alla ricerca di una carezza che non arriva. Lei si toglie di dosso il cappotto di ecopelle, le scarpe, si sfila il maglione, poi i jeans. Lascia per terra una scia d'abiti che termina sul bordo della doccia in cui si infila poco dopo. Ripensa alle spogliarelliste dipinte di verde e vendute come mutanti, chiedendosi quanti soldi farebbe lei in un posto del genere mostrando le proprie ali. Deve esserci una sottocategoria di feticismi che riguarda figure simil-mistiche come gli angeli, no? Rimane sotto il getto di acqua bollente fino a scottarsi, aggiungendo la feticizzazione razziale alla lista mentale di cose che saranno vietate sulla sua isola.

Trecento dollari mensili in cambio di un po' di pace non sono così tanti, si dice - consapevole di non averli, e che forse non li avrà neanche per la prima settimana del mese -. Poco male che è un accordo con chi ha attivamente provato a ucciderli, quando invece per la loro stessa natura avrebbe dovuto difenderli. Kane li chiamerebbe traditori della razza, ma lei è stata cresciuta democratica e liberale, e si è allenata a guardare i fili che collegano la povertà alla criminalità; la sua attività le ha fatto scrivere pagine e pagine su come i superumani nel sistema Stati Uniti siano costantemente marginalizzati, costretti alla povertà. Ma Raul Vazquez è davvero di un'altra pasta, o forse è solo il proprio orgoglio ferito a farglielo considerare un carnefice piuttosto che una vittima?

Esce dalla doccia e la fame la divora. Si riscalda in microonde un pasto già pronto, gli avanzi del giorno prima. Li sistema in un piatto ordinatamente, si siede a tavola e prende la forchetta.

Martie la guarda, mentre lei non riesce a fare neanche il primo boccone.

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26 Gennaio 2025, New York

"Pausa pranzo?" propone Sadler, dopo una mattinata estenuante passata a un tavolo con la sua cliente, la parte avversa - una rockstar ultratrentenne - e l'avvocato della parte avversa. Marcus Brown è il primo ad alzarsi, con una furia che gli fa quasi cadere la sedia. Mirabe Sherman invece rimane compostamente seduta al proprio posto, con le gambe accavallate, il mento sollevato ma l'espressione vuota. Sadler le tocca un braccio, dicendole di andare a pranzo con lei, ma Sherman rifiuta. Non ha fame.

Marc la vede su uno dei balconi dell'alto palazzo che ospita lo studio legale a cui si è rivolto. I suoi avvocati gli hanno caldamente consigliato di non avere contatti privati con lei, ma lui ha sangue bollente nelle vene e non appena ne incocca lo sguardo non può fare a meno di precipitarsi fuori con la stessa furia con cui ha lasciato la sala riunioni un'ora prima. Le chiede cosa ha fatto di male per meritarsi tutto quello, che se aveva bisogno di soldi lui gliene avrebbe dati quanti voleva, se solo avesse chiesto gentilmente, che tutta quella storia è una farsa. Le prende il viso tra le mani con una rabbia e una confusione così cieca che le preme le dita sugli zigomi tanto forte da farle quasi male, e chiede che cazzo stiamo facendo qui con gli avvocati, e cosa vuoi da me, e con il cuore spezzato e solo la voglia di dire qualcosa di doloroso le dice che l'ha amato solo quando eri tu quella con i soldi, e la fama, e tutto il potere, e io ero uno spiantato venuto dall'altra parte del paese e arrivato in California solo con gli stracci che avevo addosso e le scarpe che portavo ai piedi. E poi le chiede: è davvero così che vuoi spendere il tempo che ti rimane?

Mare se lo toglie di dosso, lo spintona, gli dà uno schiaffo che le fa bruciare il palmo (non è di certo il primo da quando si conoscono), gli urla addosso, al punto che due giovani praticanti devono intervenire per separarli, temendo il peggio. Gli avvocati rimandano il prossimo incontro alla mattina successiva, e Marcus esce dal grattacielo completamente stordito, incapace di decifrare quanto è appena successo.

Ci pensa sopra tutta la notte, e la mattina dopo chiede a Mare: "perché pensi di essere migliore di me?"

Sono di nuovo seduti allo stesso tavolo, l'uno di fronte all'altro, in presenza dei loro avvocati.

"Perché pensi di essere una persona tanto migliore di me da meritarti quello che mi stai chiedendo, Mirabe?"

Mare tamburella le dita sul tavolo. Gli occhi con cui lo osserva sono vuoti, vacui.

"Quando arrivasti a Los Angeles, - ricorda lei - eri un ragazzino affamato. Eri solido, eri temprato. Rimanevo vicino a te perché eri esattamente la persona che avrei voluto essere io: una persona senza dubbi su se stessa. Con un obiettivo. Ti aiutai per questo. Ho costruito con te la tua carriera per questo."

Marc inspira a fondo, trattiene il respiro nei polmoni. La guarda e gli sembra una sconosciuta.

"Ma Hollywood ti ha reso famoso e la fama ti ha reso molle. Eri un artista e ora sei un intrattenitore, uno showman. Non c'è niente, non c'è una virgola nel mondo che tu possa cambiare. Ma io sì. Io posso, dati gli strumenti."

China il capo, ma non lo sguardo pesante.

"Per cui, quando mi chiedi perché penso di essere migliore di te, la risposta è ovvia: perché lo sono."

Marc scuote il capo, sulle labbra un sorriso amareggiato, disilluso. Guarda il proprio avvocato, poi si alza in piedi. Oggi con più calma. "Dalle quello che vuole. La somma che chiede", impone con la voce arrochita. Alle proteste del suo avvocato, fa un cenno secco della mano e guarda verso di lei.

"Dalle quello che vuole, e questa storia sarà chiusa. Tutta questa storia, pretty punk: io e te - la prende in giro, abbattuto e sconfitto - e, questa volta te lo posso giurare, per sempre."

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I hear it in your silence, when you don't speak
What was funny then isn't funny anymore
I can hear it in your voice, there's always a catch
We're going nowhere and we're going there fast

Anything to watch while we are waiting
For this apocalypse, what more is there to do?
Its nice to be important, but so close to being despised
Its more important to be nice, I guess, that being wise

I'll take you shopping; I'll take you dancing too
I'll take you out, all the things you wanna do
I'll give you diamonds and I'll give you space
So be with anyone you want, it's alright with me

Our time is over
Don't you know that if a time-warp was open
I'd stay right in my place
That war is over

I hear it in your silence, when you don't speak
There is a quiet crying rage burning inside you so deep
I'll give you anything, but I'll give you problems
So be with anyone you want, it's alright with me

I hear it in your voice, can see it in your lips
There's always a catch, I guess that's alright with me
No one's around, but the map says "you're here"
Now I can hear loneliness screaming in my ear

Our time is over
Don't you don't that if a time-warp was open
I'd stay right in my place
The war ain't over yet
This war ain't over yet

Being nice is only hard when others aren't
Our time is over

4 Chords of the Apocalypse
Written and performed by Titus Red
July 2024

venerdì 20 gennaio 2017

Pay Back


Sale in macchina e prende un respiro profondo. Sul sedile del guidatore si cambia le scarpe: da tacchi a suole basse, utili per guidare, ma la verità è che - nonostante la stanchezza - non vuole davvero andare a casa. Accende il motore di malavoglia, si sintonizza su una stazione che le piace, di sola musica, e si avvia molto lentamente, scegliendo di proposito la strada più lunga.

La mattina stessa Cornelius Golster l'ha chiamata tre volte, e lei ha avuto bisogno di prepararsi psicologicamente per richiamarlo durante il primo pomeriggio. Ha parlato con la sua segretaria più a lungo di quanto avrebbe dovuto per ritardare il più possibile la conversazione di cui sapeva perfettamente il contenuto: anche tutti i soldi rientrati da abiti, gioielli, scarpe costose che ha rivenduto stanno finendo. Cornelius ha iniziato dicendo Mirabe, arreso, e lei ha risposto lo so. Dammi ancora una settimana, mi farò venire in mente qualcosa. Ha pensato a un prestito bancario, ma per ritardare l'inevitabile?

Un'idea, un'idea. L'unica idea che non riesce a togliersi di testa è l'odore di Jody e quanto sia stata patetica a immaginare di poter giocare alla famigliola felice quei pochi giorni in cui Pearl è stata a Philadelphia. E' un buco nero di vergogna e frustrazione in cui le cade la testa tutti i giorni, senza che riesca a uscirne del tutto, ricoprirlo, renderlo meno pericoloso. E più la trascina verso il fondo, più non può fare a meno di pensare che se non riesce a convincere nemmeno chi le è più vicino, non riuscirà mai a trascinare folle, a comunicare efficacemente il motivo per cui combattere sia davvero così fondamentale.

Ma lo è davvero? Il mondo sta finendo, non è così? Più si avvicina nel Southside, più ne vede i segnali: i vetri rotti, i cassonetti rovesciati, una macchina in fiamme. Accarezza il volante e quasi le viene da gemere nel rendersi conto di quanto sarebbe ironico se tutto quel caos si risolvesse nell'incendio della sua macchina. Ma c'è quasi qualcosa di rassicurante nel sapere che adesso il mondo intero condivide ciò con cui lei vive ormai da mesi: la semi certezza di una morte imminente e inevitabile, completamente fuori dal proprio controllo.

Ma deve tenere quel controllo, continuare a progettare per il futuro come se un futuro ci fosse. Per questo a Jackson Backer ha proposto di fare di più, contribuire di più. Nata e cresciuta a Hollywood, sa riconoscere la faccia di una persona telegenica, la voce di qualcuno che piacerebbe a un pubblico, la storia che catturerebbe i telespettatori. Piacere, se c'è una cosa che sa fare bene è quella. Se volesse, potrebbe ribaltare la propria vita e diventare una persona che piace dal giorno alla notte: smussare gli angoli ma non l'ironia, liberarsi del sarcasmo, moderare i toni, fingersi sinceramente interessata dei propri interlocutori, rivedere il proprio piano politico, predicare nonviolenza e magari farsi assumere alla YGS. Piacerebbe a tutti, anche se sarebbe solo una bugia. Ma quanto di chi è adesso, pubblicamente, è verità? A Jackson, quando le ha chiesto perché si fida, ha risposto di avere lo spirito dei giocatori d'azzardo: sceglie le persone in cui investire e vi si dedica al cento percento, e anche se a volte si risolve in disastri annunciati, ogni tanto riesce anche a vincere.

Parcheggia la macchina il più lontano da zone di passaggio che conosce, contrariamente a quanto fa di solito - quando la parcheggia di fronte a Mutiny per poter controllare costantemente che nessuno la rubi o vi attacchi sotto una bomba -. Sale le scale nonostante l'ascensore adesso funzioni di nuovo, e indugia per un minuto pieno sul pianerottolo prima di entrare.

Marc sta già dormendo. E' arrivato da New York quando è uscito il comunicato dell'Apocalisse, e ha rifiutato di andarsene. A lui è legata da una molla dolorosa che impedisce loro di allontanarsi troppo senza presto, inevitabilmente, stringerli di nuovo insieme, anche cozzando l'uno contro l'altro. Se lui non stesse già dormendo, sarebbe probabilmente troppo orgogliosa per togliersi il completo e infilarsi sotto le coperte accanto a lui, abbracciargli la schiena solo per sentire contro il petto un odore e un respiro familiare. Lui forse è nel dormiveglia quando le accarezza gli avambracci e accetta quel contatto senza cercare di renderlo nient'altro.

La mattina dopo si sveglia tardi ma lui è già in piedi. Le porta al letto la colazione - il caffè e una macedonia - mangiano insieme, ridono, poi lui le chiede se ha pensato a cosa starà facendo Mirabe Sherman dall'altra parte. E' una domanda fasulla, e la risposta non gli interessa davvero: gliela sta ponendo solo perché vuole che Mare gli chieda lo stesso, e lei lo sa. Lo accontenta. Lui le prende la mano e gliela trascina sul proprio petto. Le dice che, nell'altra dimensione, forse non si sono mai incontrati, lui non è mai diventato famoso, e a quest'ora sarebbe morto di qualcuno dei vari vizi a cui è sempre stato prone. Oppure lei ha detto di sì la prima volta che le ha chiesto di sposarlo, e ora sarebbero una power couple hollywoodiana con almeno due figli bellissimi come te. E non si sarebbe mai, mai tinto metà capelli di rosso, qualche mese fa.

Lei ci pensa. Gli guarda le nocche, vi passa sopra il pollice.

- Pensi davvero che non saresti diventato famoso, senza di me?

Marc fa scivolare la testa contro la sua. Le bacia la fronte, poi un sopracciglio, con cautela.

- Non avrei mai conosciuto Sally, e lui mi ha sempre aiutato. 
- Solo per quello?
- No, lo sai che no-- honey bunch, quando scrivo scrivo di noi, lo sai. O di te.
- Oppure scrivi con me.
- Lo sai.
- Quanti pezzi avremo scritto insieme?
- Non so contarli. 
- Ed ero in sala di registrazione, ogni volta, per dirti cosa funzionava e cosa no.
- Mi fidavo solo di te. 

Marc le bacia un orecchio, lei rabbrividisce infastidita, ma si scioglie quando sente le labbra calde di lui sul collo. Prende un respiro più profondo.

- Ci sono stata per anni, per te. Qualsiasi cosa stessi facendo nel frattempo, quando chiamavi, io c'ero. A dirti come si facevano le cose Hollywood. A decidere quale immagine dei photoshoot era più efficace. A correggerti, a dirti cosa funzionava e cosa no. A cantare sulle tue demo. Ci sono stata per te quando stavo per morire di fame e hanno dovuto chiudermi in riabilitazione-- due settimane dopo che mi avevi tradito pubblicamente ti stavo mandando le mie correzioni sul testo di 11th Dimension. 

Marc alza gli occhi su di lei. Le accarezza le spalle e le clavicole, poi una guancia. Alla fine torna dritto e si lascia ricadere le mani sulle gambe.

- E' ora che paghi, Marcus.

Sbatte le palpebre, incredulo. Mare, come colta da un'epifania, ruota il capo e lo guarda negli occhi.

- E' ora di sederci a un tavolo e valutare quanto vale tutto ciò che ho fatto per te gratuitamente, e che invece avresti dovuto pagarmi. Le ore infinite di lavoro, lo stress e l'ansia di avere la mia vita nei ritornelli della Top 50.
- Sei seria?
- Sì. E se non vuoi farlo, non mi importa: ti trascinerò in tribunale. Ti trascinerò sui giornali di mezzo mondo come quello che ha rubato lavoro alla sua ex, e non te ne riprenderai mai. 

Marc sfiata il nervosismo in una risata tesa, incredula, poi preoccupata.

- Se ti servono soldi devi solo dirmelo, pretty punk. Non serve tutto questo circo. Non serve nessuno: dimmi un numero. Non mi mancano.

Mare prende un respiro profondo e poi gli preme le labbra contro le sue, in un bacio profondo, assetato. Lo ribalta sul letto, lo fa stendere, gli sale sopra a cavalcioni. Gli toglie la maglietta e si toglie la propria. Gli lascia sulla pelle una scia di baci e morsi.

- Ti amo -, gli dice per la prima volta da quando si conoscono, mentre lui ha difficoltà a regolare il respiro affannato, irretito dall'odore di lei - ma non voglio i tuoi soldi. Voglio i miei. E tu me li pagherai fino all'ultimo centesimo.





Pleased to meet you baby I'm your fool
I'm the patron saint of the cruel
There's a dark room in my soul
When I hear your name baby I lose control

Hear me now here me now
There's nothing very much
I wouldn't do to catch your eye
And you can't see me now, 
There's just too many things I'm haunted by

I'm no loser but I can't win
I'm the right man in the wrong skin
I could be our holy ghost
But I'll be deaf dumb and blind when you need me most...

martedì 10 gennaio 2017

Graceful Roots


Quando incocca lo sguardo con Benedict, spera in cuor suo che la colpa sia sua - e lui deve star pensando la stessa identica cosa. La responsabilità è una brutta bestia, e lei non vuole quella di aver quasi ucciso Routh Graced, di nuovo. Ha indugiato fuori dalla porta perché temeva di trovarle finalmente giustizia, ma invece nei suoi occhi appannati dall'anestesia ha trovato l'unica cosa che lei le abbia mai donato: grazia. Pur pensando di non meritarsela, le si è stesa accanto e le ha raccontato di sua madre, la prima, quella di cui non pronuncia il nome da anni e che da anni si è guadagnata un tiepido oblio nella sua memoria. Ma per Routh la rispolvera, e a Routh la offre, forse perché in fondo non ha più davvero nulla da darle.

In Emma c'è qualcosa di schiettamente pulito. Chiusa nell'abitacolo della propria berlina, si lascia irretire dai suoi lineamenti, dalle sue parole. Immagina quanto deve star bene in un abito da cocktail, le chiede conto della sua vita e poi consegna frammenti della sua, cercando di strapparle una reazione contrariata. Ma non le trova niente di simile addosso: dice, anzi, di poter capire. La sta blandendo, le sta dando corda? Oppure è sincera? Quando dice di aver imparato ad accettarsi così com'è, Mare sente per un attimo il bisogno di misurarsi il girovita con le mani. Invece fuma. Dovrebbe davvero smettere. Due ore dopo, quando è di nuovo in macchina, fa ripartire il Greatest Hits di Sally Sherman e inizia a cantare con lui.

I saw my baby, she was turning blue, oh I know that soon her young life was through. And so I got down on my knees, down by her bed, and these are the words to her I said: everything will be all right, tonight, everything will be all right. Mentre la canta tamburella con le dita sul volante, rilassa la nuca sul poggiatesta, guarda nello specchietto retrovisore gli abbaglianti che rischiano di accecarla. Cosa ha vissuto Sally prima di Hollywood? Quando era un'adolescente dovette chiederlo a sua madre, e quando lei evase la risposta andò su internet e guardò ogni singola intervista che avesse mai rilasciato negli ultimi quindici anni alla ricerca di qualche indizio. Sapeva fosse del Michigan, e il nome della sua città natale. Sapeva fosse arrivato in California senza un quattrino - riguardando indietro, ha sempre pensato fosse il motivo per cui fosse sempre andato d'accordo con Marc -, sapeva che era quasi morto più di una volta - altre ne sarebbero venute con lei al suo capezzale -. Ma perché non sapeva neanche se suo padre avesse dei fratelli, dei nipoti? Perché non aveva mai conosciuto i suoi nonni? Perché, pur conoscendo a memoria il suo intero repertorio, non sapeva di chi parlassero metà delle sue canzoni?

Jake è un uomo molto infelice e molto insoddisfatto, è per questo che a volte si comporta in maniera... eccentrica, o pericolosa. Per favore, non pensate di entrarci nulla: certe cose vengono da prima di voi. Rachel le aveva messe a sedere e aveva spiegato loro, nel modo più semplice che potesse riuscire a inventare, i motivi del divorzio. Mare ne aveva guardato le lacrime trattenute a stento senza particolare trasporto, e si era invece chiesta se avrebbe dovuto spiegare a sua madre che anche loro, lei e Tish, avevano cose che venivano prima di voi. Prima di Berverly Hills c'era stata San Bernardino, e prima di Jake "Sally" Sherman e Rachel Carson c'erano altre facce, altre persone, un intero universo affettivo scadente agli occhi dei servizi sociali, ma più che sufficiente per le gemelle...

... Le gemelle Sherman, le bellissime gemelle Sherman. Mancano poche settimane al matrimonio di Tish, e Rachel è riuscita a convincerla a sposarsi a L.A. chiedendole quasi in ginocchio di permetterle di organizzare una festa vera, una festa con tutti. Mare può immaginare Tish vibrare di incertezza, ma alla fine accettare, decidere di fare felice i suoi genitori un'ultima volta, e forse la prima da anni e anni a questa parte. Ci saranno tutti. Un universo che si è lasciata alle spalle e che dovrà riprendere in mano. Una persona che ha smesso di essere da tempo, e a cui da tempo le fa male pensare. Un universo di possibilità chiuso senza che nessuno a parte lei ne sia a conoscenza.

Le rivoluzioni partono da dentro, e la prima avvocatessa della rivoluzione ha ribaltato la sua vita come fosse un vecchio materasso troppo impolverato. Cos'altro avrebbe potuto fare? Rassegnarsi ad avere figli che non potrebbe comunque vedere crescere, sposare una persona destinata a rimanere vedova e poi sedere alla finestra, alla finestra guardare il suo popolo in catene, i suoi figli umiliati, la sua intera identità demonizzata.

Per essere un uomo irrequieto, Mel è sorprendentemente paziente quando si tratta di aspettarla. Se non risponde a casa, sala di un piano e attende nel quartier generale di Mutiny. Si siede e legge. Oppure si alza e legge, o a volte spalanca la finestra che dà sul balcone e fuma. L'ultima volta Mare è arrivata quasi a urlargli quanto fosse sconsiderato, ma nel retro della testa aveva solo la preoccupazione di sprecare il riscaldamento. Quando supera l'uscio, però, lo fa di solito con un sospiro profondo, dopo essersi psicologicamente preparata alla fatica intellettuale che la aspetta. Mel le sta probabilmente tirando fuori la migliore cosa che abbia mai scritto in vita sua, ma il processo è tra i più sfibranti e dolorosi che abbia mai affrontato. Sii più sincera, le ha detto. Non trattenerti, scrivi la verità. La verità l'ha scritta sul suo portatile, ma non ha salvato il documento. Dieci pagine cancellate una parola alla volta. La verità è per chi non ha niente da perdere.

La Cittadella, le è piaciuto chiamarla così. La Cittadella verrà presto rasa al suolo, non ne ha alcun dubbio. Su un tetto gelido e con un volto diverso, gli ha chiesto se non ha paura, e poi gli ha confessato di essere lei per prima terrorizzata. L'idea di perdere lui o Inara le stringe lo stomaco in una morsa di sgomento anticipato. Non vuole pensarci, forse per quello impegna ogni muscolo che ha a resistere al freddo. Ma non può fare a meno di oscillare di lato, cercare il punto di calore più vicino. Se Heldrich Frost è di ghiaccio, Cassidy è ancora fatta di carne e sangue. Il suo corpo è modellato su una fantasia condivisa, una linea giunonica, con braccia e gambe solide e forti, capaci di prendere ogni colpo e non rompersi. Mentre si assottigliava ogni settimana di più, facendo chiedere ai suoi medici se non sarebbe morta presto, Mare sognava di essere alta e bella, con spalle larghe e le costole nascoste da...

Da carne. Carne e sangue, Zelda Cassidy è più reale di quanto lei non sia mai stata.  E quando chiede a Heldrich Frost se lui non è forse di ferro, sotto la pelle, lui risponde dovrei esserlo. Ma non lo sono.



Sally Sherman
vari anni fa

mercoledì 4 gennaio 2017

Back Turning


"Ma la verità è che io sono arrabbiata. Sono sempre, costantemente furiosa. E nessuno lo sa."

* * *

Mel la conosce da tempo, ma l'ha ritrovata a Philadelphia solo di recente, quasi per caso. Gli Stati Uniti sono enormi, ma il mondo dei mutanti registrati è un po' più piccolo, e Mare Sherman l'ha navigato in lungo e in largo. Lei cercava una casa editrice, lui le ha promesso di trovargliene una in cambio di un lavoro come suo editor. Quando Mare gli ha chiesto perché ci tenesse, lui ha poggiato la fronte contro lo stipite della porta schiusa, l'ha guardata attraverso la fessura, le ha sorriso e ha detto che qualsiasi altro editor e manager avrebbe lavorato per tenerla fuori dai guai, mentre lui avrebbe accettato di lasciarle piena libertà, a patto che l'obiettivo finale, principale, sarebbe rimasto finire il libro. Il libro è la priorità.

Mel mastica una gomma alla nicotina e un accento di Chicago. E' arrivato a casa sua senza preavviso, quasi avesse percepito il disastro imminente, o anche solo l'appuntamento preso con il suo avvocato per parlare dei rischi. I rischi. Louise Sadler si è seduta a un tavolo e ha dondolato lo sguardo tra loro due, seduti dall'altra parte. Tamburella la penna e li guarda torvamente, perché i guai non le piacciono, e Mare Sherman la paga comunque troppo poco per gestirne di quella portata.

Louise Sadler

- Tu mi chiedi certezze, Sherman, e io non so più come dirti che non ce ne sono. Questa situazione è eccezionale, e io non posso fare previsioni.
- Alcune previsioni le hai fatte.
- Sì: che è un azzardo, che finirà male, che ti porterà in galera e metterà a rischio anche quelli che manifesteranno con te, in cambio di un risultato incerto e comunque troppo povero.
- Controllare lo svolgimento delle operazioni non è nulla. Gettare attenzione su ciò che faranno, sul fatto che hanno tagliato le forniture di luce e acqua-- ci sono vecchi e bambini, lì dentro, li stanno facendo morire di sete.
- Non devono fare altro che arrendersi.
- Non si arrenderanno. Resisteranno e senza nessun controllo esterno le autorità entreranno e li stermineranno.
- Vi trascineranno via di peso e vi assoceranno a loro.
- Deve esserci una modalità d'azione che non ci conduca tutti immediatamente in una Sandman Machine per decenni. 
- Non c'è.

Mel ciondola gli occhi neri su di lei, ne studia il profilo teso, la linea rigida della mascella, la contrazione di muscoli sofferenti. Ne conosce la frustrazione dai tempi della California, quando scriveva per le pagine politiche locali e lo mandavano a raccontare i retroscena della campagna elettorale. Ma quanto era brava allora a dissimulare, lo è adesso a usare a proprio vantaggio ciò che le persone vedono in lei: un'ostinazione cieca, irrazionale. La vede prendere un respiro profondo, raddrizzare la schiena e mettere le braccia conserte.

- Preparati, allora, perché stai per diventare nota alle televisioni nazionali come l'avvocato che ha perso il processo Philadelphia contro Sherman.

Louise Sadler la fissa, a Mel sembra che cambi quasi colore dalla rabbia. Mare lascia il tempo alle sue orecchie di fumare, dopodiché avviene il miracolo: Louise prende un respiro profondo, fa cadere la penna sul tavolo e abbandona il busto contro lo schienale della sedia, sfiancata come se avesse appena corso una maratona.

- Forse -, dice con un filo di voce - un modo per limitare i danni c'è. 

* * *

"Non so se riuscirebbero a ucciderti, Hellfire."

"Hellfire non c'è più da tempo. Basta maschere: c'è solo Heldrich Frost, comunque vada a finire."

* * *

- Dobbiamo parlare del sesto capitolo.

Mare si trascina le dita tra i capelli, vorrebbe strapparseli. Sta guardando le ultime dichiarazioni della YGS in televisione, e il cuore le oscilla sull'orlo di un baratro buio. Lo sente a stento.

Michael Clarke

- Adesso?
- E' il più edulcorato di tutti. Mancano dettagli.
- Non sono dettagli che voglio fornire. Sono comunque irrilevanti.
- La tua adolescenza a Hollywood non è irrilevante. La sensazione di essere usata, sfruttata, ribaltata. Il concetto principale è la mutazione individuale in base alle esigenze degli altri: è un nucleo tematico forte e l'hai trattato senza intensità.
- Penso che un capitolo meno intenso possiamo permettercelo.
- Non mi stai ascoltando.

Mel si sporge in avanti, prende il telecomando e spegne la televisione. Mare gli spinge addosso uno sguardo di fuoco nero, sembra invischiata nel catrame. 

- Non ho tempo.
- Hai poco tempo: per questo dovresti ascoltarmi. Ascoltami.
- Li stanno lasciando soli.
- Di che parla questo libro, Sherman?

Mare oscilla il capo. Riporta gli occhi sullo schermo spento della televisione. Vede riflessa se stessa.

- Di un progetto.
- E' il motivo per cui è importante. Ora puoi ascoltarmi?

Mare si trascina i palmi sugli occhi.

- Sì. Ora sì.

* * *

"Vedremo di uscirne entrambi, te compresa. Sto lavorando al tuo problema."

"Devi accettare lo stato delle cose. Alcune persone muoiono prima. A me sta bene, alla fine mi è stato dato esattamente ciò che è stato dato a tutti gli altri: una vita. Me la farò bastare."
- - -

"Tra quanto devi prepararti, per stanotte?"

"Adesso. Ma volevo darti qualcosa a cui pensare."

"Ci sei riucita."




lunedì 21 novembre 2016

Revolution 30


Amelia è sottile. La saluta con baci sugli zigomi volatili, e ogni volta che vogliono vedersi hanno bisogno di prendere in mano le proprie agende a pianificare luoghi e momenti nei minimi dettagli. Lei si ritrova spesso a scrutarne i lineamenti e, quando affrontano l'argomento della Cittadella, Mare deve decidere quanto scaldarsi, quanto è disposta a dire e a farsi dire. Mantiene un tono moderato per opinioni radicali, ma comunque stemperate rispetto a ciò che pensa veramente. In macchina, sulla via verso Mutiny, decide di fare una deviazione per percorrere a distanza di sicurezza angoli di North Town vicino alle barricate. Mentre guida in silenzio, inizia a chiedersi se non sia diventata a pieno titolo un'estremista. Si risponde che sì, forse lo è, e lo pensa con una leggerezza che le riempie il petto di una risata allegra, liberata da una vita passata a farsi intimare moderazione mentre il mondo attorno a lei andava a puttane. "L'importante è mantenere la calma, miss Sherman", recita a voce alta ciò che le disse il preside dell'UCLA, dopo averla convocata di fronte a un comitato disciplinare, "calma e pacatezza possono risolvere ogni cosa, e portano di certo più frutti di tutto questo urlare." Mare batte i palmi contro il volante, accelera e urla, a pieni polmoni, come una ventunenne durante lo Spring Break.

Nick è deluso? Non ne è sicura. Ne guarda il colorito alla menta e per l'ennesima volta è costretta a mettere in discussione ognuno dei propri passi. Prima lo corteggia con l'idea di un cambiamento pacifico, tacendo come abbiano dovuto ripetere mille volte di non fare vittime tra gli umani da sfrattare, tacendo come uno di loro le abbia puntato contro un fucile a pompa e abbia premuto il grilletto, tacendo come abbia fatto parte del gruppo che ha vegliato sull'allontanamento di una famiglia dopo l'altra dalle loro case. Vorrebbe prendergli la faccia tra le mani, premergli le dita sulle tempie, baciargli entrambi gli occhi e farglieli riaprire sul mondo come lo vede lei, un posto ostile, pieno di nemici in fila per ottenere un barattolo del loro sangue. Si dice che non è consapevole di essere un mutante da abbastanza tempo, che non ha vissuto come un estraneo nel mondo tanto quanto l'ha fatto lei, che ora non è pronto a capire, ma un giorno capirà. Se lo dice, ma non può fare a meno di pensare che, un giorno, dovrà imparare ad accettare che non tutte le persone che vuole al suo fianco saranno necessariamente d'accordo con lei.

Ma alcune sì. Max è dalla sua parte. Lo scopre e lo riscopre ogni giorno, conquistata da un'incredulità che ha difficoltà a rimodellare. Ricorda le prime volte in cui hanno parlato, il distacco di lui e la sua inesauribile ostinazione a volerlo chiamare fratello, a stabilire un legame, a sentirlo parte della sua comunità. Quando si è affacciato alla porta di Mutiny, lei ha trasalito e si è chiesta cosa ci facesse lì. Quando se ne è andato, ha combattuto contro se stessa, dicendosi di dover operare maggiore cautela, un po' di sanissima diffidenza. Ma quando è andata a dormire sorrideva, e non è riuscita a fare a meno di riempirsi di una fiducia immensa e devota.

Jo si è fidata di lei. Ha distrutto una delle sue piante preferite e danneggiato la libreria, ma quando non sapeva dove andare, è andata da lei e le ha detto guardami, sono speciale anche io. Non ha pensato neanche per un istante che non avrebbe dovuto fidarsi? La notte gioca con i suoi capelli mentre dorme stesa accanto a sé, ne guarda i lineamenti morbidi e un corpo generoso in cui non legge privazioni. Per lei inizia qui, pensa, la scoperta di chi è veramente e la frustrazione di non poterlo dire al resto del mondo - oppure dirlo, e poi rassegnarsi a vivere una vita marchiata di nero, di lutto -. In mezzo ai suoi baci ha trovato un angolo di oblio, dimenticanza. E' una parentesi, ma una parentesi piacevole di cui spinge i limiti finché non è mattina, e non si rende conto che il suo frigo è vuoto e l'unica colazione che può offrire è un bastoncino di sedano intinto in caffè non zuccherato.

Benedict è un fantasma, vive in un limbo sospeso tra desiderio e diffidenza. Quando stanno insieme, lei si ritrova a oscillare fisicamente tra lui e lo spazio vuoto alle proprie spalle, magnetizzata da un uomo che non è più sicura di conoscere così bene e, allo stesso tempo, tirata indietro da tutte le cose che dovrebbe dirgli se davvero compiesse quel salto. Non è pronta, e di certo non lo è lui. Quando la mattina le suona la sveglia e non ha voglia di alzarsi, si nasconde sotto il piumone e scorre la rubrica del cellulare, stendendo piani di riserva per il matrimonio di sua sorella.

Tish è felice e Tish sta morendo, ma Mare si impegna per pensare solo alla prima parte. Galleggia in un oceano di negazione, affastella un impegno sull'altro e si preoccupa della propria pelle, della terapia, delle pasticche, della Guyana, della Cittadella, del suo cane che è costretta a lasciare ciclicamente da Routh, con le scuse più improbabili. Le rende improbabili appositamente: spera che lei dia per scontato che siano false, che in verità riguardino tutte le cure che sta facendo. Menzogne stratificate su altre menzogne, vorrebbe caderle ai piedi e chiederle perdono per ogni stronzata che le dice con un sorriso. La abbraccia meno di quanto vorrebbe, quasi temesse che la sua doppia (tripla, quadrupla) vita si indovini dalla tensione dei suoi muscoli.

A Inara invece non dice bugie, non tace verità: non vuole, almeno a qualcuno deve dire le cose come stanno. Quindi le racconta di Amy, e in parte le racconta anche di Birkenhead, seppur non pronunci mai il nome di nessuno dei due. Parlano di Martha's Vineyard, e sulle prime ride nell'immaginare Joseph Patrick Kennedy III così come l'ha conosciuto impacchettare i cimeli di famiglia e lasciare la sua villa sul mare alla popolazione superumana. Poi ci pensa di nuovo, inizia a contare, a considerare un piano programmatico in quattro, cinque anni. A pensare che forse la sua eredità potrebbe essere questa: un'isola libera. Un angolo di mondo libero. Inara le ha cambiato la vita, gliel'ha salvata, e ora le offre l'opportunità di cambiarla (di salvarla) a qualcun'altro. La mattina dopo, sotto il piumone, invece di scorrere la rubrica, mormora contro il lenzuolo l'iscrizione su una tomba: qui giace Mirabe Sherman, idealista feroce, mutante con ali solide e polmoni enormi, che liberò questa terra e ora si è meritata di dormirci dentro. Non ebbe mariti, mogli, non ebbe figli. La sua famiglia siamo noi, le abbiamo perdonato tutti gli errori perché ciò che ha ottenuto è più grande di ogni sbaglio che ha compiuto. 

E' una casa, e un posto dove vivere. La notte del suo compleanno, cinque minuti prima della mezzanotte, Marc si presenta alla sua porta con una bustina d'erba e un sorriso che lei, fosse una persona più coscienziosa, gli schiaffeggerebbe via dalla faccia. Invece lo fa entrare, fumano insieme, e passano tutta la notte seduti sul divano a guardare dei filmini di quando avevano diciott'anni, a prendere in giro le loro capigliature, a fingere di non passare tutte le sere a contarsi le prime rughe. Alla fine lui si addormenta sulle sue gambe, e lei gli accarezza i capelli disordinati, un velo di barba troppo tenera per essere quella di un ultratrentenne. Sulla nostra isola, per te non ci sarà spazio, gli mormora pianissimo, un respiro e un bacio che gli poggia sulla tempia con tutto l'affetto nostalgico di cui è capace. L'ha già perso, è ancora lì. Si addormenta anche lei dopo poco, i suoi sogni popolati da draghi e monumenti agli eroi.

venerdì 30 settembre 2016

Bad Credit



"Ve l'ho detto mille volte. Mille. Tua madre é l'unica persona che ha capito che spendere soldi che non si hanno non é mai una buona idea."

L'ufficio di Cornelius Golster é in un bel palazzo a New York. Ne ha un altro a Los Angeles, e nella Grande Mela ci viene non piú spesso di una volta al mese. Mare prende un respiro profondo. Il suo medico le ha detto che con il calare delle temperature inizierá ad avere problemi nel regolare la propria temperatura corporea, con tutta quell'aria gelida che le entra nei polmoni. Di vestirsi pesante. o respirare in maniera piú superficiale. Avrebbe dovuto mettersi un maglione in piú.

"Come pensavi che sareste andati avanti? Tutti i modelli che abbiamo fatto insieme... mi hai fatto lavorare per un mese su delle proiezioni di sostenibilitá economica che prevedevano che la sede fosse un monolocale, non un intero palazzo con clinica medica annessa. Sai solo di assicurazione quanto devi pagare, dopo tutto ció che é successo? Gli ispettori non ci credevano che non te lo fossi mandato a fuoco da sola. Nessuno ci crederebbe."

"Quindi i soldi stanno finendo."

"No: sono finiti, Mirabe. Succede quando investi in progetti senza un business plan e senza una sola buona idea per tirarci fuori qualche soldo. Questa cosa ha succhiato dalle tue risorse, praticamente solo dalle tue risorse, e ora le tue risorse sono finite. Hai bisogno di soldi, e in fretta. Quanto sono generosi i tuoi amici di Los Angeles?"

Lo sarebbero molto. Mare peró oscilla il capo a destra e a sinistra, senza scomporsi, a indicare come chiedere soldi ai suoi "amici di Los Angeles" non sia un'opzione.

"Tua madre, allora?"

"Perché non mi hai ancora proposto Sally? Non ha fatto uscire un Greatest Hits di recente?"


"A Sally dovrei amputare entrambe le mani, se volessi togliermi il problema. É un fottuto irresponsabile... sai cosa ha regalato al figlio nuovo? Una barca. Non una barca da il vecchio e il mare, no, uno yacht a vela di trenta metri che gli é costata quattro milioni e cinquecentomila dollari. Quattro milioni e cinquecentomila dollari e l'ultima volta che l'ho visto si é lamentato della mia parcella. Sai come l'ha chiamata? Dai, prova a indovinare. Provaci, su. No, niente? L'ha chiamata Héritier. Erede. Come quel vino del cazzo che sta producendo in California... no, non farmi neanche iniziare a parlare del vigneto, o non ne esco piú. Tutto questo per dire: non chiedere niente a Sally, Sally non é in grado di darti niente. Scordatelo proprio. Devi trovare un modo per fare soldi, Mirabe, Cristo Santo. Perché non torni nel cinema, eh? Oppure la tv... l'agente di tuo padre mi stava dicendo che pare che Raven Simone mollerá The View a breve, non ti va di fare l'opinionista? Con tutte le cazzo di opinioni che hai, Gesú santo, basta che vai lí, ne spari un paio a settimana e a fine anno stai serena sulle sei cifre, magari sette dopo il primo anno, se al pubblico piaci... a quel punto puoi aprire tutti i Mutiny che ti pare."

"Possiedo oggetti di un certo valore, posso iniziare a venderli."

"Di quanto valore?"

Mare tamburella le dita sottili sul bracciolo della poltroncina girevole. Le cose belle le sono sempre piaciute, é stata educata ad apprezzarle. Si guarda i piedi, sfuggentemente. Indossa scarpe da novecento dollari, e non sono neanche le piú costose che possiede.

"Dimmi quanti soldi mi servono per andare avanti ancora un paio di mesi, e troveró tutto ció che é necessario."

Cornelius la guarda stralunato, esausto. Sta per argomentare qualcosa, di nuovo, ma la soliditá dello sguardo di lei é un muro contro cui si puó solo sbattere.

"Inizio a fare il calcoli."




martedì 30 agosto 2016

Just No



Quando la mia baby sitter mi impose di mangiare tutto ciò che c'era nel piatto, quando mamma e Sally mi dissero che sarebbe stato meglio tenere nascoste le mie ali, quando mi dissero di mostrare un po' più di "spalla" per il photoshoot, quando il mio agente disse che per il ruolo serviva qualcuno di "disposto a tutto", quando Reitman e il suo attore preferito mi proposero un modo per sciogliermi ed entrare in contatto con la mia sessualità, quando Marc mi chiese di chiamarlo alle cinque del mattino tutti i giorni, per una settimana, per aiutarlo a svegliarsi e assumere "nuovi schemi di vita", quando mamma suggerì per la prima volta una piccola dieta, quando registrarsi diventò legge e mi dissero che non c'erano altre opzioni, quando Donna volle che trovassi un fidanzato ufficiale di facciata, quando Birkenhead mi propose di svolgere un tirocinio presso il suo programma, quando mi invitò a ballare, quando quell'amico di Sally mi invitò ad andare a trovarlo sul suo yacht, quando mi dissero che la passerella sarebbe stata mia se solo avessi perso un'altra mezza taglia, quando Jules mi chiese se la mia vita mi piaceva, quando Jules mi chiese se ero felice.

Sul sedile posteriore di una Black Car dell'SCF, Mare guarda fuori dal finestrino e pensa che avrebbe dovuto rispondere no, ogni singola volta. A tutto ciò che la restringeva invece che allargarla.

Ma lo ha fatto stasera. Con l'ostinazione degli idealisti della peggiore risma e l'incoscienza di chi non ha niente da perdere, con la calma di Lin, il coraggio pulito di Routh, il desiderio di rivalsa di Calliope, la mano di Nicholas a stringere la sua più forte quando gli ha detto che, se voleva, poteva andare... è rimasta ferma. Ha pensato a tutto ciò che avrebbe fatto con una vita intera piuttosto che con il tempo monco che le rimane, e a quanto dovrà fare nell'ansiosa frenesia di lasciare un segno che le sopravviva - al tempo che ha perso, alle cose inutili per cui si è preoccupata, alle persone su cui ha investito troppo e che le hanno restituito troppo poco. A quanto sarebbe felice, vergognosamente felice, se potesse spalancare le ali e lanciarsi contro il sole come Icaro, correre in volo e guardare il mondo dall'alto - cinque, dieci anni, se potesse vivere in quel modo sarebbero abbastanza -.

E così, quando un guardiano le ha detto spostati, ha risposto.

Ho risposto.

No. 


But I was late for this, late for that, late for the love of my life
And when I die alone, when I die alone, when I die I'll be on time
[...]
I won't be late for this, late for that, late for the love of my life
And when I die alone, when I die alone, when I die I'll be on time

mercoledì 17 agosto 2016

502 Books


Amy è un porto sicuro. E' una delle prime persone che ha conosciuto a Philadelphia e le corde sfilacciate della loro relazione non le hanno mai strette così tanto da farle scoprire - e soffrire - gli alti e i bassi dell'umore di Mirabe Sherman. Mare è rimasta irretita dal suo sorriso luminoso, dalle curve di un corpo accogliente e volitivo, dalla passione schietta e priva di ombre con cui parla dei suoi ragazzi, scolaresche di adolescenti indisciplinati del Southside, strappati alla forza magnetica delle gang, a cui insegna storia e letteratura americana presso la Martin Luther King High School nascosta dietro Shields Street. Le piace come dell'ironia non rida e sovente non la capisca, perché non concepisce la doppiezza che vi è indispensabilmente associata. Di come le ha raccontato di quando ha scoperto il suo potere per la prima volta, senza chiederle di reciprocare subito - senza nemmeno aspettarselo -. Le piacciono la consistenza del suo materasso e l'odore dei suoi capelli, le sensazione di raccolta protezione che non riesce mai a sentire in compagnia di un uomo, perché dagli uomini ha imparato a sentirsi manipolata fin da adolescente e l'imprinting le ha fottuto la testa per tutti gli anni a venire senza che abbia trovato ancora una chiave di decifrazione adeguata di ciò che le naviga nel retro del cervello.

Per cui, quando va da lei, non lascia biglietti e non si cerca le scarpe per terra aiutandosi con la luce emanata dal display del cellulare: invece dorme tutta la notte e la mattina si ferma per la colazione, anche se non mangia mai niente. Ma oggi si lascia tentare da tre chicchi d'uva, contati.

"Dovresti venire a parlare ai ragazzi, un giorno. Sto provando a esporli al maggior numero di persone possibile, la maggior parte di loro non è mai uscita dalla Pennsylvania?"
"E pensi che i tuoi colleghi sarebbero d'accordo a far indottrinare dei teen da una pericolosa sovversiva come me?"
"Non trovo tu sia una pericolosa sovversiva."

Mare sorride. Amy non ha colto l'ironia, ma non la corregge. Vorrebbe correggere invece se stessa: dovrebbe usarne di meno, pulirsi la testa dal sarcasmo malevolo che ha appreso fino a quel momento e ricominciare una vita epurata da tutto ciò di buio che ha incontrato. Sarebbe una rigenerazione quasi messianica: le basterebbe abbandonarsi all'ordine naturale e pacato della vita di Amanda Fuerte - sarebbe sufficiente a farle scoprire la normalità, finalmente. La pace di mente, di spirito. Sa di doversi vestire e andarsene, e si sente così in colpa da sorprendersi a chiederle se le va di andare al cinema insieme, nel weekend. Amy risponde di sì, ma vuole scegliere lei il film. Mare risponde che va bene tutto, basta che non sia l'ultimo di Reitman. Amy dice okay, senza chiederle il perché. Senza chiederselo neppure.

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Amy è un porto sicuro, ma troppo: quando lascia il suo monolocale, il mondo le sembra un po' più minaccioso di come lo ha lasciato. Torna a casa propria con un taxi, John le consegna un busta con un biglietto e una chiave. Riconosce la calligrafia ancora prima del nome, e dopo essersi fatta una doccia e cambiata i vestiti è di nuovo su un taxi. Sa già cosa troverà nel magazzino che quella chiave apre, ma quando tira su la saracinesca metallica e accende la luce il cuore le salta ugualmente un battito. Sfiora i frontespizi in punta di dita: conosce già tutti i titoli a memoria. Sul secondo scaffale trova Abyssus di Damasqua Hart, il suo terzo libro preferito. Lo tiene tra le mani mentre si siede a gambe incrociate di fronte al resto. Non c'è niente di ordinato o pacato nel modo in cui si sente. Nulla di razionale, sicuramente non c'è un briciolo di pace. Le viene da ridere e da piangere nello stesso momento, e si sente così ridicola da trovarsi intollerabile. Allo sbando: pneumatici lisci su asfalto ghiacciato. Tutte le sue responsabilità le sembrano per quei momenti inconsistenti, le sue scelte passate sbagliate e bisognose di una scrupolosa analisi sotto una lente di ingrandimento che magnifichi ogni svolta poco ragionata e un bisturi che sezioni le sue motivazioni fino a inciderne le ossa. Quanto ha ottenuto negli ultimi dieci anni? Quante cose reali e concrete ha davvero ottenuto, al netto di tutti i tentativi e tutti i fallimenti? Quanto può sperare di fare nei prossimi dieci anni?

Due settimane fa aveva cinquemila volumi, adesso ne ha cinquecento. Resta a contemplarli per un po'. Ancora un altro po'. 

mercoledì 10 agosto 2016

Fumigated Demons


Ha promesso a Benedict che ci penserà. Non fa altro per tutto il viaggio in Uber che la porta al Wells Fargo Center, lo stadio di hockey di Philadelphia riconvertito d'estate a sede di alcuni dei rock fest più affollati della Tri-State Area. L'autista riesce a portarla solo fino a un certo punto, lei ringrazia e fa il resto della strada a piedi. Se mi metto in ginocchio adesso, le ha detto, corro il sereno rischio di non riuscire più a rialzarmi. I cartelloni che supera recitano a grandi lettere THE CONS: BARELY LEGAL TOUR. Li supera grazie al VIP Pass che Marcus le ha legato al polso ingessato mentre dormiva, scrivendo sul retro come ai vecchi tempi. Quel tipo di vita - i vecchi tempi - la chiama indietro e la terrorizza. Ma la terrorizza anche essere circondata solo da nemici. Alcuni dei quali la vogliono morta. Non te ne andare, le ha chiesto. Accede al backstage e un roadie la avvicina per dirle che adora tutto ciò che suo padre ha mai fatto, artisticamente. Anche le overdose? vorrebbe chiedergli. Anche le settimane in cui spariva e non sapevamo dove fosse finito, anche la manciata di figli illegittimi, anche il modo in cui si è giocato la mia macchina nuova a poker, anche quello? Non dice niente, invece, se non grazie: in fondo, non ha risentimenti verso Sally.

Il concerto è già iniziato. Sarebbe dovuto cominciare alle nove, ora sono le undici, vuol dire che devono aver suonato la prima nota non prima di una mezz'oretta fa. Conosce il set a memoria, sa che ogni canzone del nuovo album deve alternarsi a una hit del passato. E lei conosce ogni pezzo come se l'avesse scritto lei stessa - in molti casi, era in sala produzione quando si decideva cosa sarebbe stato scartato e cosa invece sarebbe finito nell'album definitivo. Ancora più spesso, ha ritrovato pezzi della loro storia travagliata nella Billboard Top 50 Chart. Per uno, due, tre. Nove anni. All'inizio la lusingava. Non è colpa tua / Ma va così / Sono stanco di te / Ora e così / E sempre lo resterà. The Way It Is, il primo singolo del secondo album, 2016, scritta in occasione della loro prima separazione. La mia ex dice che manco di profondità / farò del mio meglio / Tu dici che vuoi starmi accanto / Tesoro c'è qualcosa che non va in te. Someday, 2020, l'ex era lei. Voglio rubarti l'innocenza / Voglio rifiutarti / Ma rivoltarti / Contarti le voglie / Comportarmi male, gliel'aveva sussurrato tra le lenzuola sei mesi prima che diventasse il ritornello più cantato nelle rock venues californiane. Hard To Explain è il resoconto del loro peggiore litigio. Two Kinds of Happiness l'hanno scritta insieme mentre erano in vacanza in Europa. Razorblade è uscita fuori dopo la terza proposta di matrimonio poco seria, fatta da ubriaco e rifiutata (Sono sempre o nelle tue braccia / O ai tuoi piedi).

Se mi metto in ginocchio adesso...

Lo ha implorato mille volte di smetterla. L'ha minacciato, l'ha lasciato più volte, sempre con tutti i riflettori puntati e addosso l'ansia del giudizio universale. Ma come faccio, sweet darling, honey bee, che colpa ne ho se sei la mia musa? Lui le sorride dal centro del palco, dal centro del palco raggiunge il backstage lasciando circa ventimila persone ad aspettarlo, solo per stringerle la vita troppo forte e premerle un bacio inebriato sulle labbra. Lei gli vede le pupille dilatate (troppo)  e gli spinge via la testa come si farebbe con un cane di casa troppo molesto, ma di cui tutto sommato ci si fida. Lui ride, tenendo la chitarra di lato per poterle mordere un orecchio e oscillare assieme a lei, mentre qualcosa osa dirgli che forse è il caso di tornare sul palco. "Vieni a cantare Waterloo con me?", chiede. "No."
"Però te la posso dedicare?"
"No. Non è neanche vostra, Pete non si risentirà?"
"Chi se ne frega di Pete, te la dedico lo stesso, tanto ti incazzi uguale."
"Mi devi sempre far pentire..."
"Resti finché non chiudiamo?"
"Però ora torna sul palco..."
"Giuri?"
"Sì, dai, ma vattene."

Lui ci riprova, lei lo schiaffeggia, lui si preme entrambe le mani sul cuore mentre barcolla all'indietro, presto visibile a tutte le persone che hanno pagato per sentirlo suonare. E' un impunito senza vergogna, ma per qualche motivo, in quel momento, riesce a farla ridere, a farla sentire leggera. "Questa", annuncia al pubblico, "l'ho cantata mille volte, e sempre sotto la stessa finestra. Sto ancora aspettando che si apra." Deve essere il motivo per cui decide di andare via solo mezz'ora dopo, passando a salutare Jules prima.

Passa a Mutiny. Chiede all'Uber di aspettarla mentre lei sale "per un momento". Infila le chiavi nella toppa e, quando entra, la corrente non funziona. C'è solo la luce pallida dei lampioni vicini a trapelare dalle finestre. Illumina pareti nere, mobilio carbonizzato. Illumina le piante sul balcone, tutte bruciate. E i libri. Cinquemila volumi, tutti andati in fumo, inutilizzabili. Probabilmente la più grande biblioteca tematica sui superumani, e ora non è più niente. Probabilmente il più grande sforzo della sua vita, l'unica cosa in cui ha messo sempre e solo costanza e dedizione. Sei la mia Waterloo / E io sarò la tua Gypsy Lane / Sono così contento di sapere cosa fare / e a chi dare la colpa. Si passa la mano sul viso e cerca con tutta l'energia che ha di non piangere. Hai visto, ti ho portato dei fiori / Li ho raccolti dal palco dell'Old Vic / Sono ore che sono seduto qui / A rincorrere le parole sulla pagina. La California le manca, Marcus le manca. Le mancano Jules e Tish. Le manca la prepotente leggerezza delle feste di Hollywood, piene di gente che si crede al centro del mondo senza mai parlare di niente di importante. Dimmi che mi ami / Per tre buoni motivi. Otto settimane prima, era riuscita  trovarne solo due.

Se me ne vado...
Se mi metto in ginocchio adesso...

Il coraggio non gliel'ha mai insegnato nessuno, l'incoscienza invece veniva da sola con quel tipo di vita. Quando finalmente torna tra mura familiari e intatte, in un ampio e alto loft del centro, la prima cosa che fa è spiegare le ali. Si slancia in alto, ma non le batte mai, terrorizzata dalla possibilità della caduta. Prende un paio di Xanax e si infila nel letto, piombando in un sonno senza sogni. Rimane nel letto quasi ventiquattro ore secche. Quando finalmente si sveglia, trova una manciata di chiamate e di messaggi. Birkenhead le chiede come è andata la giornata. Marcus le scrive che è una stronza per essersene andata, ma che l'ha già perdonata. Si alza e va a gettarsi nella piscina. Tre buoni motivi: il primo è resistere alle minacce. Il secondo è vendicare Robert. Mentre è sott'acqua, sente ancora le stesse parole. Se mi metto in ginocchio adesso... 

Mi convincerai a restare.



You'll never fumigate the demons
No matter how much you smoke
So just say you love me
For three good reasons
And I'll throw you the rope

You don't need it
Because you are the survivor
Of more than one life
And you're the only lover I had
Who ever slept with a knife

But you're not Judy Garland
Oh just like me you've never really had a home of your own
But I'm not Tony Hancock baby
Until the dawn
We'll stone the crows
We'll stone the crows

And you see I've brought you flowers
All collected from the Old Vic Stage
Well I've been sitting here for hours, baby
Just chasing these words
Across the page

Cause you're my Waterloo
Well I'll be your Gypsy Lane
I'm so glad we know just what to do
And exactly who's to blame

And you're my Waterloo
I'll be your Stanley Park
Well I'm so glad we know just what to do
And no one's left
Stumbling around
Fumbling around
Tumbling around
In the dark

Always in the dark

You're my Waterloo
I'll be your Calvary
Well I'm so glad we know just what to do
And everyone's gonna be happy
Everyone's gonna be happy
Everyone's gonna be happy

But of course

giovedì 4 agosto 2016

Bad Fall


Il mostro le chiude gli occhi prima che possa rendersi conto che Robert è morto tra le sue braccia e che i suoi cinquemila volumi, lo sforzo di una vita, stanno bruciando insieme a tutto ciò che ha costruito da quando è arrivata a Philadelphia. Magari te le taglieranno via per non prendersi la pena di riparartele, le mormora in un orecchio. Occupano solo spazio, mentre questo mondo è fatto per donne che entrano nel palmo di una mano. Se mi fossi allenata, se avessi potuto volare più spesso, se fossi stata più leggera... Avrebbe fatto la differenza? Gli chiede per favore di lasciarla stare, almeno per stanotte. Lui risponde okay, ma per il resto del tempo - in loop - le fa comunque sognare di cadere.

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mercoledì 3 agosto 2016

Tamable Bones


Inciampa non appena supera l'ingresso del minuscolo appartamento sotto la sede di Mutiny, ma si rialza perché ha fretta. I gatti le si infilano tra i piedi, le fanno le fusa, rischiano di farla cadere di nuovo (pensa: mi sono dimenticata di nutrire queste due odiose bestie, spero non abbiano mangiato il topo in assenza di alternative). Si sfila la bomber jacket e la lascia cadere a terra, sperando che non ci piscino sopra (vorrebbe evitare di rovinarla, in un modo o nell'altro), poi il top, poi il reggiseno.

Mezza nuda, geme di dolore mentre le ossa le strusciano contro le vertebre. Le fa sempre un male cane quando prova a trattenerlo, e ormai è più di una settimana che essere confinata a Bella Vista le impedisce di spiegare le ali. Ma non ha scelte: ha promesso di non tornare in centro perché lì i suoi angeli custodi non potrebbero proteggerla - soprattutto non potrebbero catturare i prossimi Cacciatori che verranno a trovarla. Ma verranno? Li sta aspettando, ma se non venissero mai? Paga fior di quattrini per il suo loft in centro, una voliera scelta appunto per impedirle di impazzire, o di perdere il controllo. E ora non può neanche usarla.

Nel momento esatto in cui sta allungando la mano per raggiungere il mobiletto dei farmaci (a due passi da dove ha dovuto far vomitare Quinn), sente lo strattone: robusto, all'indietro, la spinge nel il corridoio e le fa sbattere la schiena contro il muro con un'energia che le fa supporre di essersi fratturata qualcosa. Farle rientrare è impossibile, anche solo controllarle è un lavoro di fino per cui adesso non ha testa, o calma (non avrei dovuto bere quel caffè).

Sbattono contro i mobili, buttano a terra una lampada nuova che si schianta con un fragore di cocci. Sono quasi le due, pensa, mentre abbattono un quadro ritraente dei cani da caccia che era ordinatamente appeso a una parete. Dei gatti non c'è più traccia, si sono nascosti terrorizzati in qualche angolo. Prova a batterle piano (uno, due, uno, due), su una traiettoria breve, quanto basta perché la spinta d'aria la faccia rimettere in piedi. Ma non regola bene, le sfuggono, un attimo dopo qualcosa ha rotto una finestra e lei è proiettata contro il soffitto. Il colpo la fa rimbalzare verso il basso, sembra la biglia di un flipper.

Dalla porta del bagno non passano di certo, non così. Si aggrappa agli stipiti e poi prova a spingersi dentro, mentre qualcuno inizia a colpire rabbiosamente la porta d'ingresso. Urla Sherman, Sherman, fottuta troia! E' un uomo, non le importa, la porta è solida e lei ha altri problemi. Prova a piegarle all'indietro, parallele l'un l'altra, mentre tende il busto e le braccia in avanti, verso il mobiletto. Sherman fottuta stronza, ci vivo da quindici anni qui, ho due figli e tu mi vuoi cacciare, mutante negra del cazzo? Arrivi coi tuoi soldi e pensi che puoi sfrattarci? Dove pensi che vado, con due figli, stronza? Ti brucio casa sotto al culo prima di andarmene da qui, devi averci paura a dormirci! 

Check, pensa, check and check, ho già paura a dormirci, non è questo il momento di preoccuparsi di queste cose. Loro spingono per tirarla indietro e lei invece supplica di proiettarsi in avanti, quasi come ha supplicato Maximilian Lee di smetterla di essere un nemico della comunità superumana, comunità, comunità, la sua di comunità latita. Pesca a piene mani dal mobiletto prima di finire di nuovo con la schiena contro il muro del corridoio, e solo per miracolo, scartando tubetto dopo tubetto, trova ciò che le serve. Due pasticche di Xanax, facciamo tre, che questo è il dosaggio basso (non è vero, se l'è fatto modificare, ma finge di non ricordarselo). Le manda giù a secco e rimane seduta per terra ad aspettare che facciano effetto, mentre loro fanno quello che vogliono. Buttano giù qualche altro quadro, forse, o forse no, non se ne rende conto. Scivola nell'incoscienza più dolce così, sul pavimento, mentre chiunque ci sia fuori dalla porta inizia a prenderla a calci esasperati. Questo non è il tuo posto, Sherman, io vivo qui da quindici anni, tu non hai nessuno qui. Il giorno che gli Hunters vi faranno saltare tutti in aria stapperò una bottiglia di spumante, Dio mi sia testimone.

Si sveglia ancora sul pavimento, ma rannicchiata in un guscio di piume chiusosi su di lei durante le ore di incoscienza per proteggerla. Sente in bocca ancora il sapore di caffè e di mentolo, mischiato con il lamento di uno stomaco vuoto, affamato. Si concentra e questa volta riesce a farsele rientrare nelle scapole, avvolgerne le ossa attorno alla spina dorsale e alla gabbia toracica. Si alza in piedi barcollando. E' ancora mezza nuda, in tasca ha ancora il cellulare. Lo prende, Birkenhead le ha scritto quasi due ore fa. Non gli risponde e invece va ad aprire una scatoletta per i gatti che hanno ripreso a strusciarsi contro le sue gambe. Poi si siede per terra, si avvolge le ginocchia con le braccia e li guarda mangiare. Il mostro è ancora lì, la abbraccia da dietro. Le dice che non sa niente e le suggerisce i modi migliori per farsi tanto minuscola da scomparire. Lei annuisce e lo ringrazia, come etichetta esige.

giovedì 28 luglio 2016

Swelling Pride


"La cosa importante, però, è che tu capisca che tutto questo comporta per te dei rischi."

Mare è al centro della sala che compone lo spazio principale di Mutiny, e si strofina l'interno delle dita sulla fronte mentre aspetta, al cellulare, che dall'altra parte della linea qualcuno risponda. Ha copiato il numero da un bigliettino che ha dovuto passare mezz'ora a cercare, ma la provvidenza le viene incontro nascosta tra uno sciame di inquilini (almeno due per ogni appartamento in affitto del palazzo) che sale le scale e suona al suo campanello. Quando va ad aprire (ma la porta non è mai davvero chiusa), si ritrova davanti almeno dieci persone accigliate e impettite, capeggiate da Butch Rossum, un uomo con le spalle larghe e, sicuramente, un passato in qualche squadra di football liceale. Signorina Sherman, inizia a dire, e Mare sbatte le palpebre perplessa, con il cuore che le sta già affondando nello stomaco.

"Signorina Sherman, bene, è qui. Questa--" e le porge tre fogli spillati tra di loro, che lei prende tra le dita con una perplessità viva nello sguardo "--è la petizione, firmata da tutti gli inquilini del palazzo, che secondo il regolamento le impone di liberare i locali entro due settimane pena l'intervento della polizia nello sfratto."

Mare scorre gli occhi sul foglio senza davvero riuscire a leggere niente, mentre l'uomo continua a parlare sui suoi pensieri. Deve avere una cinquantina d'anni portati bene nei muscoli e male sulla faccia rossa, cotta da sole.

"Il regolamento ci permette di chiedere a un inquilino che ha portato avanti una condotta gravemente inadeguata di lasciare il palazzo."
"Sono... sono qui in affitto, come tutti voi. Pago ogni mese, come tutti voi..."
"Lei ha aperto in questo palazzo, residenziale fino al suo arrivo, una serie di individui poco raccomandabili, in violazione della legge di registrazione..."
"Che cosa?"

"Quel brutto ceffo che sembra il diavolo!" interviene una donna più giovane, con fianchi stretti e ciglia finte incollate sulle palpebre. "Quando gliel'ho chiesto mi ha detto che non ci pensava nemmeno, a registrarsi" 

"Scarlett scherzava, è regolarmente registrato."
"E chissà quanti altri come lui", continua Butch. "Il portone è costantemente aperto, e non voglio neanche parlare della violenza che ha portato nelle nostre case..."
"Hanno attaccato noi! Siamo stati noi le vittime!"
"In questo condominio vivono delle famiglie, miss Sherman, adolescenti e bambini che non possono crescere in un posto meno che sicuro. Quindi"
, e fa un cenno ampio e seccato verso il foglio che le ha consegnato "ha due settimane per trovare nuova sistemazione. Il proprietario del palazzo è già stato avvisato e le permetterà di pagare solo metà agosto se lascerà lo spazio libero entro il quindici."

La testa inizia a tornarle in ordine. Stordita, passa in rassegna tutti quei volti tondi, tronfi, soddisfatti. Per un attimo torna a sentire l'esigenza di rimpicciolire, assottigliarsi fino a scomparire, fino a riuscire a nascondersi negli interstizi del mondo ed essere lasciata in pace. Poi ricorda l'esercizio: respira. Espandi te stessa, allargati. Mare raddrizza la spina dorsale e allinea le spalle, come farebbe un buon soldato.

"Questo--" e spinge con il solo indice la petizione contro il petto di Butch. Lo vede gonfiarsi come un tacchino. "Ve lo potete infilare in gola. Io da qui non mi muovo. A costo di dover comprare questo palazzo di merda e cacciarvi uno a uno. Iniziate a cercarvi un altro posto, e che sia ben lontano da Bella Vista... perché nei letti in cui dormite adesso tra un mese ci saranno mutanti provenienti da mezza Pennsylvania. Fosse l'ultima cosa che faccio."

E' una questione di potere, e lei l'ha appena recuperato. Non lascia il tempo a nessuno di sottrarglielo di nuovo, e sbatte la porta in faccia agli inquilini un attimo prima che inizino a insultarla a pieni polmoni e a battere aggressivamente contro l'ingresso. Tre mandate per ognuna delle due serrature e poi il chiavistello non bastano a farla sentire di nuovo al sicuro. Ma non è importante. Riempie i polmoni d'aria e spalanca le braccia. Occupa spazio e non ha più intenzione di rimpicciolire, ed è l'unica cosa che conta.

"La cosa importante, però, è che tu capisca che tutto questo comporta per te dei rischi. Possiamo proteggerti, ma non possiamo prometterti che andrà tutto bene."
"Me ne rendo conto. Nessuno può promettere che andrà tutto bene."

domenica 24 luglio 2016

Burnt Bridges


La sveglia la posizione leggermente scomoda, un po' troppo contorta, che ha assunto sul divano, o più probabilmente lo squillo sonoro del cellulare che la fa trasalire. Si era appena riuscita ad addormentare, e quando riapre gli occhi incrocia un paio di elementi insoliti per la cui ricostruzione abbisogna di un secondo. Sospira, spinge il busto di lato, trascina i palmi sul tappeto fino a trovare gli shorts, e nella tasca degli shorts il cellulare. A quel punto è il quinto squillo, e nella fretta risponde senza controllare il mittente.

Il modo in cui sente trascinare hello gorgeous su una voce arrochita dall'alcol e da una risata sfiatata le fa gettare aria fuori dai polmoni con una certa rassegnazione. Ancora stesa, ma con mezzo busto sporto nel vuoto, solleva la mano libera e se la trascina sul viso, sulla fronte, poi tra i capelli. Guarda di lato e l'uomo che ha affianco si rigira ancora ad occhi chiusi, ma è difficile pensare che non si sia svegliato come lei. Ha dei tatuaggi? Lo nota adesso, le sembra per la prima volta. E nota che uno raffigura un drago: rotea gli occhi al cielo e soffia tra i denti un altro sospiro in cui si tende un velo di sufficienza.
- Sei ubriaco...
- Sono le tre del mattino, cos'altro dovrei essere, ah? Come stai, honey bunch, you lovely love muffin, you pretty naughty jellybean, mh?
- Ti ho chiesto più volte di non svegliarmi mentre dormo perché sei ubriaco, Marcus...
- Lo so, sono un fottuto insubordinato, vero?
Scivola giù dal divano molto piano, lasciando sulla pelle dell'uomo una carezza che scorre lungo la spalla. lungo il braccio, ne sfiora le dita e poi le lascia, andando a raccoglierle da terra una maglietta scura e pulita che non le appartiene. Se la infila piuttosto di fretta, poi si gira su se stessa per provare a individuare gli slip. La voce di Marcus se la sente addosso come carta vetrata.
- Ma non ti chiamo mica perché mi manchi you sweet, pretty moonpie, ah? Ho un Google Alert su di te e non squilla soltanto quando qualcuno mette una tua foto piccante online.
- Di che foto stai parlando?
- Fa un cazzo di casino anche quando ti succedono cose serie.
- Marcus, di che foto stai parlando?
Lo chiede alzando la voce, nelle corde vocali naviga un allarme attento, tutto teso. Un respiro sospeso.
- Nessuna foto lil' flower, è un modo di dire... ho letto che della brutta gente è venuta a disturbarti, t'ho chiamato per questo.
Mare riprende a respirare mentre si tira sui fianchi i lembi degli slip. Torce il busto all'indietro e con la coda dello sguardo coglie l'occhio aperto e quello chiuso dell'uomo che la osserva, senza invadenza, dal divano su cui è ancora steso. Lei sospira, si passa una mano sul volto e supera il tavolino. Imbocca l'uscita sul balcone e si accosta la porta-finestra alle spalle (non ha ancora imparato come sia una barriera acustica del tutto insufficiente).
- Non dici niente? Sei ubriaca anche tu? Non lo sai che è illegale?
- Sto bene, è stato uno spavento ma stanno tutti bene.
- Parlato con gli sbirri? Che dicono?
- Non molto... uno l'hanno arrestato.
- Bene, uno stronzo in meno a Philadelphia. T'hanno rovinato casa?
- Non è casa mia, è la sede... no, hanno buttato giù una porta ma non hanno fatto danni gravi.
- Good girl. Always knew you were a good girl. 
Mare abbassa il cellulare, si preme il microfono contro l'interno della spalla e tira indietro il capo. Può fare un sospiro profondo solo così, nascondendo l'esasperazione leggera che le appanna lo sguardo. Più lontano, più soffuso, ma non può fare a meno di sentire ugualmente la voce di Marcus dall'altro capo del telefono.
- E a proposito di stronzi in più o in meno... tieniti pronta, dieci giorni e sei mia, m-mh?
Lei storce le labbra, riporta il cellulare all'orecchio.
- Cosa?
- Che uccellino distratto che sei: abbiamo una data a Philly tra dieci giorni, non te ne eri resa conto? Caesar e Augustin non vedono l'ora di venire a far baccano dove ci sei anche tu, topolina. Meglio che inizi a raccogliere tutte le tue amiche più fighe da adesso...
- Tra dieci giorni hai detto?
- Sì, è quello che ho detto...
Mare si morde il labbro inferiore, e con gli occhi spazza la linea lunga della strada deserta sotto di lei.
- Oh shit, I'm so sorry. Quella settimana sono a Chicago, ho già prenotato i biglietti.
- E che ci fai a Chicago?
- Questioni accademiche. Incontro un'esperta in politiche d'inclusione nell'America post-razziale--
- D'accordo, d'accordo, lo so che sei un uccellino intelligente, love. Tutta la settimana, possibile? Al tuo amico scenderà una lacrimuccia, quando glielo dirò.
- Il mio amico?
- Non te l'ho detto di Jules? Sta in tour con noi anche lui.
- In-- lo state facendo aprire per voi?
- Oh fuckin' Jesus no-- con quelle lagne, che ti viene in mente. Era un po' a terra e adesso sta facendo il roadie. Racimola qualcosa, si compra qualche cosina che gli piace... Sei proprio sicura che non ci sarai?
Lei si strofina un palmo sul volto, dimenticandosi delle labili tracce di trucco che vi sono rimaste.
- Devo proprio andare, Marc. Ci sentiamo presto, okay? Mi faccio sentire io.
- Ma aspetta, prima risp--
- A presto, promesso. A presto.
Interrompe la chiamata con un sospiro di sollievo profondo. Ci mette un po' a scrollare le spalle, raddrizzare la schiena, liberarsi dal disagio. Poi torna all'interno dell'appartamento, rilevando con un vago dispiacere la posizione di Birkenhead: seduto sul bordo del cuscino, non più steso.

Lo raggiunge e si infila tra la sua schiena e lo schienale del divano, ma solo dopo aver abbandonato di nuovo il cellulare sul tappeto. Gli accarezza la spina dorsale (ce l'aveva anche qualche ora fa il tatuaggio in mezzo alle scapole?).

Gli chiede: "resta". Lui sfiata un sospiro profondo che nasconde il ritmo sincopato del cuore. Sorride, dice "okay".E mantiene la parola.