giovedì 8 dicembre 2016

Light Headed


"Hai controllato il cellulare ogni cinque minuti per tutta la sera."
"Scusami mamma, hai ragione. Aspetto notizie importanti."
"Che tipo di notizie?"

Mare scuote appena il capo e ripone l'iPhone nella minuscola pochette che ha con sé, allargando lo sguardo di lato sulla vista di New York dall'alto che poche sale in tutta la città offrono. Manhattan è un'isola molto piccola, e la serata di gala a cui si trovano (un altro evento per nutrire i bambini in Africa tramite grandi operazioni di beneficenza che risolvono un problema temporaneamente distruggendo allo stesso tempo le infrastrutture locali) un'isola ancora più piccola, popolata da grandi personalità e, più in generale, gente con molti soldi. Mare ha accettato di partecipare insieme a sua madre e al suo compagno - uno dei più famosi compositori di colonne sonore per Hollywood - alla serata sperando di individuare tra i partecipanti qualcuno che possa essere interessato a investire in Mutiny, ma fino ad ora tutti i suoi tentativi sono falliti.

Ha un vestito verde, un trucco volutamente eccessivo sugli occhi che si arrampica lungo le tempie e prende anche parte dei capelli. Ha anche incrociato Marcus, al suo braccio una bella modella che ha ben imparato a fingersi frivola per compiacere gli uomini che se la portano in giro come fosse un accessorio. Bea, la compagna di Sally, le è sempre sembrata lo stesso tipo di persona, e il fatto che avesse due anni meno di lei non ha mai aiutato. Quando le tamburella su una spalla sarebbe quasi tentata di non voltarsi, ma poi le sussurra che c'è bisogno di lei al piano di sopra. Mare si scusa, sorride, e la segue fuori dalla sala.

L'ampio terrazzo è vuoto: è troppo freddo perché qualcuno vi si avventuri. Mare rabbrividisce, si massaggia le braccia scoperte, segue il gesto con cui Marcus, incerto sulle proprie gambe, le suggerisce di avvicinarsi. Sally Sherman è seduto sul parapetto, ha una bottiglia di champagne in mano trafugata di nascosto e oscilla il busto verso il vuoto, un codino di capelli biondi e un bel completo nero con la camicia sgualcita. Mare si toglie le scarpe con i tacchi alti, osserva Bea (ma non le sembra abbia intenzione di avvicinarsi) e quindi si avvicina al parapetto. Lo scavalca, si siede accanto a Sally e sospira, mentre lui le fruga il viso con gli occhi finché non riesce a metterla a fuoco.

"Sono felice di vederti, baby girl."
"Anche io sono felice di vederti, Jake. Che stai bevendo?"
"Una cosina leggera."
"Hai preso qualcosa?"
"Sei la polizia?"

Sally sorride inebetito, Mare sorride a sua volta, agli angoli degli occhi una rassegnazione amareggiata. Ripensa a tutte le volte che ha dovuto salutarlo per mesi interi da passare in riabilitazione, sperando sempre che fosse la volta buona, quella che le avrebbe restituito un padre se non perfetto, quantomeno dignitoso. Gli poggia una mano su una spalla, lui vibra di sorpresa, oscilla in avanti mentre lei lo tira delicatamente all'indietro. Gli infila una mano nel taschino della giacca, tirandogli fuori le sigarette. La prima la accende per lui, gliela consegna. La seconda per sé.

"Come stai, baby girl? Non parliamo più da così tanto... sei sempre così impegnata, e io ho sempre paura di disturbarti, ah? Ma non pensare che mi sia dimenticato di te. Di voi. Te e Tish, siete la luce dei miei occhi, lo sai? La luce dei miei occhi..."

Bea, più indietro, vibra di insofferenza ferita - a casa il figlio ancora neonato che ha avuto con una rockstar con quasi il triplo dei suoi anni. Mare immagina, ma non le importa.

"E lo so che sembrava di no. Io sono fatto così, mi distraggo facile. E quando faccio musica mi perdo, faccio solo quello, e tutto il resto diventa sfumato... ma non è perché non sia importante. Voi due lo siete sempre state. Voi due, e tua madre... non ho mai amato nessuno come ho amato tua madre. Anche con tutte le stronzate che ho fatto. La coca, i tradimenti... quella bella macchina che ti ho perso a poker, ancora racconti la storia quando devi parlare di me, vero? Bel padre del cazzo che vi siete ritrovate. Ma ci ho provato. Non ci sono riuscito, ma ci ho provato... ma voi, tu soprattutto, tu hai preso i geni di tua madre, invece che i miei."
"Temo di non aver preso i geni di nessuno di voi due, Jake."
"E' tutto ciò che un genitore vuole, lo sai? Una connessione con i suoi figli. E hai ragione tu, io con voi non ce l'avevo. Non di sangue, e non artistica, perché tu e Tish siete uscite con una testa così, enorme e piena di cose, mentre io ho sempre suonato con le vene, con la pelle, e la testa ce l'ho sempre avuta vuota. E poi quando abbiamo scoperto delle ali... l'ho capito subito, prima di capirlo con questa zucca leggera che mi ritrovo. Ho capito che sarebbe stata una cosa troppo enorme perché non diventasse la parte più grande della vostra vita, e io non ce l'avevo. Io non potevo capirla. Capire voi. Mi si è spezzato il cuore. E ho rinunciato. Non avrei dovuto, ma ho rinunciato."
"Jake..."
"No, fammi finire. Non sto cercando giustificazioni, ti prego credimi, non sto cercando giustificazioni per tutta la merda che vi ho fatto piovere addosso. Però è importante che tu lo sappia. Perché... perché penso sempre a quello che direte al mio funerale, tu e Tish. Siete due giovani donne meravigliose, te l'ho mai detto? Siete piene di cose, e di parole, di parole enormi e giuste e mi chiedo sempre se quelle parole le spenderete anche per me, o se... ora che non ho più niente da darvi. Ora che siete cresciute senza di me, aspettando che io mettessi la testa a posto, e non l'ho messa. Mi dispiace baby girl."

Mare oscilla le gambe nel vuoto, fingendo di non avere gli occhi lucidi. Marcus la guarda da lontano, può sentirne il cuore sbattergli contro le costole, ma lo ignora. Ignora Bea dietro di loro, anche lei a distanza, abbastanza intelligente da sapere bene come gli Sherman siano una bolla di individui feriti e disfunzionali, ma una bolla impenetrabile nondimeno. Mare fa un altro tiro alla sigaretta, si fa scendere il fumo fino in fondo ai polmoni.

"Quando Marc mi tradì, e finì su tutti i tabloid, ti stava già simpatico, lo trattavi già come fosse un tuo figlioccio. Però prendesti la mazza da baseball che ti autografò quando eri piccolo Nolan Ryan e andasti a spaccargli tutti i finestrini della ridicola Ferrari che si era comprato da neanche un mese. E quando Tish finì in ospedale la prima volta e il chirurgo vi disse che non erano riusciti a ripararle l'ala, minacciasti tutti di denunciarli e poi gli desti un pugno per cui fosti denunciato tu."

Marcus sbuffa una risata esasperata, mentre gli occhi di Sally si irretiscono di lacrime commosse. E' un uomo ormai anziano, pensa lei. Si sporge di lato e gli poggia un bacio dei più affettuosi sulla guancia.

"Nessuno è perfetto, papà. Hai sempre ragionato poco e reagito di pancia, ma hai fatto quello potevi. Mi hai mandato alle migliori scuole e mi hai fatto sempre fare quello che volevo, anche quando non lo capivi. E' tutto ciò di cui avevo bisogno."
"E sei felice adesso? Hai una vita felice, baby girl? Qualcuno che ti ama, e un lavoro che ti piace?"

Marcus sembra irrequieto sulle proprie gambe, lei lo percepisce appena con la coda dell'occhio. Si ricorda di aver lasciato la pochette con dentro il suo cellulare al tavolo, e all'improvviso sente un senso di urgenza scivolarle sulla pelle.

"Sì."
"Me lo giuri?"
"Te lo giuro."

Sally prende un respiro profondo, sorride, spalanca le braccia e si lascia cadere all'indietro. Sbatte una spalla contro il pavimento della terrazza prima che Marcus riesca ad acchiapparlo, ma non è grave. E' pronto ad essere trascinato nel suo hotel da Bea, e Mare lo lascia fare.

* * *

La notte la passa nella suite di Marcus a parlare e a bere alcolici che non potrebbe comprare, tracannandoli senza gusto come se dovesse fare scorta di oblio prima di tornare nel mondo reale. Esagera, e la mattina dopo ha solo un ricordo molto vago di Marcus che le accarezza i capelli nel panico più totale mentre lei piange parole incomprensibili rannicchiata sul pavimento del bagno. Riceve due chiamate: la prima riguarda Routh, la seconda riguarda Benedict. Lo stomaco le viene stretto e contorto da due tenaglie di angoscia che esercitano prese ugualmente salde ma diverse, accomunate da un senso di imminente disastro che la sta rincorrendo ormai da mesi, e che da poche settimane pensava di essere riuscita a scavalcare.

Evidentemente no. Sveglia Marcus e gli chiede molto piano di prendere la sua macchina ridicolmente costosa e accompagnarla a Philadelphia. Lui si lamenta un po', finché non apre gli occhi e la guarda in faccia. Le chiede dieci minuti per vestirsi, ma gliene bastano nove per essere già fuori dalla porta.




giovedì 1 dicembre 2016

Here Now


"I'm here now."

* * *

Martie (finalmente le ha trovato un nome) le va a poggiare il naso umido contro il piede, infastidendola. Lei prende il primo respiro profondo dopo un'ora di respiri brevi, sincopati, il sintomo del più dolce degli annegamenti. Le lenzuola profumano di qualcosa di familiare, ma anche di pericolo, della minaccia di lutto che torna a bussarle contro la nuca, puntuale. Ma finché ogni cosa rimane chiusa nelle sue ali bianche, finché ogni cosa continua a dormire, può chiudere gli occhi e fingere che il mondo finisca là dove finiscono le sue piume. Per quel momento, le va bene.

* * *

Ignorant before the heavens of my life,
I stand and gaze in wonder. Oh the vastness
of the stars. Their rising and descent. How still.
As if I didn't exist. Do I have any
share in this? Have I somehow dispensed with
their pure effect? Does my blood's ebb and flow
change with their changes? Let me put aside
every desire, every relationship
except this one, so that my heart grows used to
its farthest spaces. Better that it live
fully aware, in the terror of its stars, than
as if protected, soothed by what is near.

* * *

"Are you?"

domenica 27 novembre 2016

Dropping Keys


"E' quello che vuoi fare, Miramàr?"

"E' il libro che credo di aver avuto sempre dentro, e quando mi sono seduta non ho avuto bisogno di schemi, bullet points, scalette: ho iniziato e due ore dopo avevo il primo capitolo. E' la visione di un progetto, e nel progettare quel futuro c'è la nostra storia. La mia, la tua, quella di nostra madre. Ma è anche la storia di tutti i superumani come noi, di quello che ci ha messo in ginocchio e di quello che potrebbe salvarci. Sono molte strade, ma portano tutto nello stesso luogo. Un luogo nostro. Un luogo libero."

* * *
The small man
builds cages for everyone
he knows.
While the mutant,
my sister,
who has to duck her head
when the moon is low,
keeps dropping keys all night long
for the beautiful,
rowdy
prisoners.

* * *
Loving me isn’t easy, 
I have sharp edges, 
I have missing parts.

Dalla raccolta di poesie "Hollow Bones",
di Tirunesh Sherman.

lunedì 21 novembre 2016

Revolution 30


Amelia è sottile. La saluta con baci sugli zigomi volatili, e ogni volta che vogliono vedersi hanno bisogno di prendere in mano le proprie agende a pianificare luoghi e momenti nei minimi dettagli. Lei si ritrova spesso a scrutarne i lineamenti e, quando affrontano l'argomento della Cittadella, Mare deve decidere quanto scaldarsi, quanto è disposta a dire e a farsi dire. Mantiene un tono moderato per opinioni radicali, ma comunque stemperate rispetto a ciò che pensa veramente. In macchina, sulla via verso Mutiny, decide di fare una deviazione per percorrere a distanza di sicurezza angoli di North Town vicino alle barricate. Mentre guida in silenzio, inizia a chiedersi se non sia diventata a pieno titolo un'estremista. Si risponde che sì, forse lo è, e lo pensa con una leggerezza che le riempie il petto di una risata allegra, liberata da una vita passata a farsi intimare moderazione mentre il mondo attorno a lei andava a puttane. "L'importante è mantenere la calma, miss Sherman", recita a voce alta ciò che le disse il preside dell'UCLA, dopo averla convocata di fronte a un comitato disciplinare, "calma e pacatezza possono risolvere ogni cosa, e portano di certo più frutti di tutto questo urlare." Mare batte i palmi contro il volante, accelera e urla, a pieni polmoni, come una ventunenne durante lo Spring Break.

Nick è deluso? Non ne è sicura. Ne guarda il colorito alla menta e per l'ennesima volta è costretta a mettere in discussione ognuno dei propri passi. Prima lo corteggia con l'idea di un cambiamento pacifico, tacendo come abbiano dovuto ripetere mille volte di non fare vittime tra gli umani da sfrattare, tacendo come uno di loro le abbia puntato contro un fucile a pompa e abbia premuto il grilletto, tacendo come abbia fatto parte del gruppo che ha vegliato sull'allontanamento di una famiglia dopo l'altra dalle loro case. Vorrebbe prendergli la faccia tra le mani, premergli le dita sulle tempie, baciargli entrambi gli occhi e farglieli riaprire sul mondo come lo vede lei, un posto ostile, pieno di nemici in fila per ottenere un barattolo del loro sangue. Si dice che non è consapevole di essere un mutante da abbastanza tempo, che non ha vissuto come un estraneo nel mondo tanto quanto l'ha fatto lei, che ora non è pronto a capire, ma un giorno capirà. Se lo dice, ma non può fare a meno di pensare che, un giorno, dovrà imparare ad accettare che non tutte le persone che vuole al suo fianco saranno necessariamente d'accordo con lei.

Ma alcune sì. Max è dalla sua parte. Lo scopre e lo riscopre ogni giorno, conquistata da un'incredulità che ha difficoltà a rimodellare. Ricorda le prime volte in cui hanno parlato, il distacco di lui e la sua inesauribile ostinazione a volerlo chiamare fratello, a stabilire un legame, a sentirlo parte della sua comunità. Quando si è affacciato alla porta di Mutiny, lei ha trasalito e si è chiesta cosa ci facesse lì. Quando se ne è andato, ha combattuto contro se stessa, dicendosi di dover operare maggiore cautela, un po' di sanissima diffidenza. Ma quando è andata a dormire sorrideva, e non è riuscita a fare a meno di riempirsi di una fiducia immensa e devota.

Jo si è fidata di lei. Ha distrutto una delle sue piante preferite e danneggiato la libreria, ma quando non sapeva dove andare, è andata da lei e le ha detto guardami, sono speciale anche io. Non ha pensato neanche per un istante che non avrebbe dovuto fidarsi? La notte gioca con i suoi capelli mentre dorme stesa accanto a sé, ne guarda i lineamenti morbidi e un corpo generoso in cui non legge privazioni. Per lei inizia qui, pensa, la scoperta di chi è veramente e la frustrazione di non poterlo dire al resto del mondo - oppure dirlo, e poi rassegnarsi a vivere una vita marchiata di nero, di lutto -. In mezzo ai suoi baci ha trovato un angolo di oblio, dimenticanza. E' una parentesi, ma una parentesi piacevole di cui spinge i limiti finché non è mattina, e non si rende conto che il suo frigo è vuoto e l'unica colazione che può offrire è un bastoncino di sedano intinto in caffè non zuccherato.

Benedict è un fantasma, vive in un limbo sospeso tra desiderio e diffidenza. Quando stanno insieme, lei si ritrova a oscillare fisicamente tra lui e lo spazio vuoto alle proprie spalle, magnetizzata da un uomo che non è più sicura di conoscere così bene e, allo stesso tempo, tirata indietro da tutte le cose che dovrebbe dirgli se davvero compiesse quel salto. Non è pronta, e di certo non lo è lui. Quando la mattina le suona la sveglia e non ha voglia di alzarsi, si nasconde sotto il piumone e scorre la rubrica del cellulare, stendendo piani di riserva per il matrimonio di sua sorella.

Tish è felice e Tish sta morendo, ma Mare si impegna per pensare solo alla prima parte. Galleggia in un oceano di negazione, affastella un impegno sull'altro e si preoccupa della propria pelle, della terapia, delle pasticche, della Guyana, della Cittadella, del suo cane che è costretta a lasciare ciclicamente da Routh, con le scuse più improbabili. Le rende improbabili appositamente: spera che lei dia per scontato che siano false, che in verità riguardino tutte le cure che sta facendo. Menzogne stratificate su altre menzogne, vorrebbe caderle ai piedi e chiederle perdono per ogni stronzata che le dice con un sorriso. La abbraccia meno di quanto vorrebbe, quasi temesse che la sua doppia (tripla, quadrupla) vita si indovini dalla tensione dei suoi muscoli.

A Inara invece non dice bugie, non tace verità: non vuole, almeno a qualcuno deve dire le cose come stanno. Quindi le racconta di Amy, e in parte le racconta anche di Birkenhead, seppur non pronunci mai il nome di nessuno dei due. Parlano di Martha's Vineyard, e sulle prime ride nell'immaginare Joseph Patrick Kennedy III così come l'ha conosciuto impacchettare i cimeli di famiglia e lasciare la sua villa sul mare alla popolazione superumana. Poi ci pensa di nuovo, inizia a contare, a considerare un piano programmatico in quattro, cinque anni. A pensare che forse la sua eredità potrebbe essere questa: un'isola libera. Un angolo di mondo libero. Inara le ha cambiato la vita, gliel'ha salvata, e ora le offre l'opportunità di cambiarla (di salvarla) a qualcun'altro. La mattina dopo, sotto il piumone, invece di scorrere la rubrica, mormora contro il lenzuolo l'iscrizione su una tomba: qui giace Mirabe Sherman, idealista feroce, mutante con ali solide e polmoni enormi, che liberò questa terra e ora si è meritata di dormirci dentro. Non ebbe mariti, mogli, non ebbe figli. La sua famiglia siamo noi, le abbiamo perdonato tutti gli errori perché ciò che ha ottenuto è più grande di ogni sbaglio che ha compiuto. 

E' una casa, e un posto dove vivere. La notte del suo compleanno, cinque minuti prima della mezzanotte, Marc si presenta alla sua porta con una bustina d'erba e un sorriso che lei, fosse una persona più coscienziosa, gli schiaffeggerebbe via dalla faccia. Invece lo fa entrare, fumano insieme, e passano tutta la notte seduti sul divano a guardare dei filmini di quando avevano diciott'anni, a prendere in giro le loro capigliature, a fingere di non passare tutte le sere a contarsi le prime rughe. Alla fine lui si addormenta sulle sue gambe, e lei gli accarezza i capelli disordinati, un velo di barba troppo tenera per essere quella di un ultratrentenne. Sulla nostra isola, per te non ci sarà spazio, gli mormora pianissimo, un respiro e un bacio che gli poggia sulla tempia con tutto l'affetto nostalgico di cui è capace. L'ha già perso, è ancora lì. Si addormenta anche lei dopo poco, i suoi sogni popolati da draghi e monumenti agli eroi.

mercoledì 16 novembre 2016

Right Angle

In Ohio piove e fa freddo, che novitá. Durante tutto il viaggio sull'autobus che l'ha presa da Cleveland, Mare ha preferito settare sveglie sul suo cellulare per tutte le pillole che deve prendere per il resto della settimana piuttosto che guardare fuori dal finestrino lo skyline grigio e piatto di una Youngstown in avvicinamento. Fabbriche dismesse si avvicendano in un calo industriale che dietro di sé ha lasciato il vuoto, e quando scende dal bus puó sentire lo smog inquinarle i polmoni come un tiro di arsenico vaporizzato. Jules la aspetta fuori da un'utilitaria che ha avuto giorni migliori, gli specchietti retrovisori tenuti su con lo scotch. Lei sospira e mormora: aria di Midwest.

Jules é nato quattro giorni (e qualche anno) prima di Mare e Tish Sherman. Tornava a casa sua (la fumosa Youngstown) ogni novembre, perdendosi il compleanno delle gemelle, finché un anno non decisero loro di spostarsi verso Ovest per poter festeggiare insieme. Da quel momento é diventata una tradizione: i coniugi Gold hanno una stanza degli ospiti piccola e calda, e ogni anno Mare e Tish restano qualche giorno a fingere di sapere come funzioni una famiglia normale, accogliente - e a sperimentarlo sulla loro pelle -.

John Gold é un uomo smilzo con una barba candida, Roselynn una donna imponente che la circonda con le braccia e quasi la stritola mentre le semina baci sulla testa. Odora della lavanda che si infila nel reggiseno, ma é calda, e a Mare sembra di avere freddo da una vita. É un effetto enorme e antico che quasi la commuove. Forse Tish se ne rende conto, perché la prende tra le braccia e le fa poggiare la testa sulla propria spalla, cullandola dentro le proprie ali morbide finché non le sembra di nuovo in sé. "É stato un anno difficile, - le mormora - ma ho buone notizie."

La buona notizia gliela legge negli occhi, prima ancora che a cena, quella sera stessa, mostri un anello all'anulare destro, il diamante da mezzo carato rende chiaro che stia sposando proprio Jules. La tavolata esplode di applausi e lacrime, e anche lei é felice, ma terrorizzata: anche nel ridere Tish é delicata, piú di quanto ricordasse, come se le ossa volessero evitare di essere sconquassate dal divertimento.

La sera Tish le si addormenta sulle gambe mentre Jules suona. Mare le accarezza le tempie e le ali usando solo la punta delle dita, terrorizzata dall'idea di farle male. "Rachel e Sally lo sanno?", chiede a bassa voce, e Jules le risponde ancora piú piano.
"No, volevamo che lo sapessi prima tu."
"E poi dove andrete?"
"Penso che ci sposteremo a sud, sulla East Coast."
"Miami?"
"Pensavo piú Palm Beach."
"In Florida, quindi."
"Siamo stanchi entrambi... della California, di L.A., di Portland. Abbiamo bisogno di un posto tiepido, per Tish, e lí un mio amico ha un lavoro per me in una scuola di musica."
"Qualcosa con una busta paga?"
"Qualcosa con una busta paga."

Jules ride, Mare sorride amareggiata. Percorre con la punta dell'indice la linea fragile della mascella di Tish, guardandola a bocca chiusa.

"Marcus dovrebbe arrivare domani in serata."
"Lo incroceró all'aeroporto: riparto in serata anche io."
"Hai da fare a Philadelphia?"
"Ti ha detto cosa le dicono i medici?"

La domanda é cosí improvvisa che per un attimo a Jules gira la testa. Poggia la chitarra e si va a sedere dall'altra parte del divano. Si poggia i piedi di Tish sulle gambe, e sfiora a stento le ali richiuse sulle sue spalle.

"Dovresti chiederlo a lei."
"Tra quanto vi sposate?"

Jules tentenna, sospira. "Il mese prossimo."

Mare sente una voragine aprirsi dentro. Il vuoto industriale, lo smog velenoso, aria di Midwest. Invece di piangere, come vorrebbe, si annoda la gola e gli mormora, quasi senza voce: "puoi suonarmi qualcosa che hai scritto per lei?"

Jules dice okay.

 

You have found me on the other side of a loser's winning streak
Where my thoughts all wander further than they should
Let me sing to you my solitude, let me pay for your next drink
Let me defend these hearts which are so rarely understood

From the right angle, in the right light
I might seem like I could take care of you
For a brief moment, for a few nights
Until the changing world has tumbled back into view

When nothing really matters the world gets harder to resist
And saves you a place at the end of an empty glass
I am here as a reminder, the quick glance off of a cliff
I guess that's why I though you would never ask

From the right angle, in the right light
I might seem like I could take care of you
For a brief moment, for a few nights
Until the changing world has tumbled back into view

At the scene of all I've left unlearned, in the directions to your house
In every swing I took to crack the code
I need a cold beer from a dressing room, I need a string of dates back out
I think there are a few of us that still belong out on the road

From the right angle, in the right light
I might seem like I could take care of you
For a brief moment, for a few nights
Until the changing world has tumbled back into view

Until all you want is all I know how to do
I might seem like I could take care of you

sabato 12 novembre 2016

Mutate Elsewhere


- Come già sa, è un trattamento che abbiamo avuto modo di testare così poche volte da rendere impossibile tracciare una timeline precisa e universale degli effetti...
- Ogni corpo reagisce diversamente.
- Esatto, è ciò che le ho detto più volte. La prego quindi di persistere, e non agitarsi.
- L'agitazione per me è lo stato dell'arte. La sconfitta, invece, ho difficoltà a riconoscerla. Spero per questo che sarete puntuali e chiari nel comunicarmi il momento in cui potrò smettere di sentirmi agitata e dovrò iniziare ad essere rassegnata. 
* * *

...E non so quale sia il tuo potere, Jason, ma l'unico modo in cui io sono utile a questa causa è impiegando la mia reputazione. Se quella viene distrutta, il mio ruolo in questa organizzazione lo è a sua volta.

* * *

[ La foto di una berlina su cui qualcuno ha lanciato uova marce e scritto con una bomboletta spray "MUTA ALTROVE". ]

* * *

[...] La ribellione è doverosa-- « prende un altro respiro profondo, quasi secco, che sembra contenere un grumo di frustrazione che si scioglie in un sorriso obliquo, dal sapore amareggiato. » ma non importa a nessuno. Se tutti facessimo ciò che è giusto, avremmo bruciato questo intero paese da tempo.

giovedì 3 novembre 2016

Plaza Revoluciòn


Wes torna da lei con un bicchiere di Paloma guarnito con una fettina di lime. "Sai che non posso", dice lei gentilmente, prendendolo in mano. "Sarà il nostro piccolo segreto", lui risponde facendole un occhiolino e ricamandole una carezza sulle dita.

Lei lo beve tutto, ma è perché lo vuole o perché pensa di volerlo? Ingoia la diffidenza a sorsi, ma non la lascia trapelare. Si è vestita bene, con un abito corto ma non volgare, anche se si sente congelare e vorrebbe solo prendere il cappotto e chiudercisi dentro. I tacchi alti non le lasciano riposo alla caviglia, e non può fare a meno di chiedersi, a un certo punto, se il potere di Wes non sia in fondo una splendida metafora di tutta la sua vita passata a farsi dire come vestirsi, come sentirsi, come vivere. Sono ancora io, si dice, cin cin.

Parlano del motivo per cui lei è lì, per un po'. Lui rimane sul vago, oscilla il capo e il bicchiere, lasciandole capire che ha gli strumenti per aiutarla, senza però offrirgliene. Invece di aspettare il secondo drink e accettarlo passivamente, è lei ad alzarsi per prima e andare a preparare i cocktail: un Old Fashioned per lui (per dimostrargli che lo conosce), un altro Paloma per sé (per blandirlo con l'idea di conoscerla). Dopo il secondo drink, sorridere le viene più facile (ma è l'alcol o è lui?), bene, mette la canzone che suonavano la sera che lei andò a proporgli di essere il primo repubblicano in campagna elettorale a portare la bandiera dei diritti superumani, lui ride, bene. Sua madre una volta disse che questo mondo è una partita a scacchi, lei lo ricorda ancora. Torna a sedersi, ma questa volta sul divano accanto a lui. "Ti sono mancata?", gli sfiora le maniche rimboccate della camicia. "Da morire", mente lui, una moglie e due figlie ad aspettarlo a New York (lei sterile, loro adottate, nessun pericolo di trasmissione del gene X da padre in figlia, un segreto custodito al sicuro e rivelato a lei per sbaglio, per mancanza di controllo, anni prima).

"A cosa ti servono tutte queste informazioni? Stai organizzando una guerra?": lei ride e non risponde, invece lo prende in giro per avere anche solo pensato una cosa del genere. Getta il capo all'indietro ignorando le raccomandazioni di chi le ha detto che, con la terapia in corso, qualsiasi sostanza esterna dovrebbe essere evitata (alcol, gliel'hanno fatto capire bene). Ignora anche che non essersi sentita troppo male, questa settimana, è un segnale negativo: che abbia smesso di funzionare? Che non abbia mai funzionato? Wes ha la risata migliore che abbia mai sentito e se ne sta accorgendo solo ora? Ha denti bianchi e ogni tanto, quando dice qualcosa in spagnolo, la sua voce si fa più calda. Gli passa le dita tra i capelli neri. Sono io, sono ancora io, o lo sta facendo lui?

* * *

Con Inara si prende un attimo per sognare, uno solo. Georgetown diventerà Libertad e loro potranno andare a far colazione in Plaza de la Revoluciòn. Qualcuno scriverà canzoni su coloro che hanno liberato la Guyana, poi l'America Latina, poi il mondo. Quando esce dalla stanza di hotel di Wes, rimane nell'abitacolo della macchina spenta a prendere appunti prima che possa dimenticarsi tutto, odiandosi come al solito. Ma era lei? O era lui? Ore dopo, si risveglia nel proprio letto dopo aver sognato sua madre, così come la ricorda. Si sveglia in un altro corpo, chiusa nelle proprie ali.

* * *

Il giorno dopo si infila in tacchi alti (la caviglia, la dannata caviglia) e in un vestito d'oro che brilla anche sotto la luce più tenue. Si ferma in cima a una scalinata e respira i jazz dalle narici, se ne riempie i polmoni. Esamina la sala circostante dall'alto, come se ne fosse la regina. Ferma gli occhi dalle parti del bancone, il petto le si scalda. Sorride. Sono io. Ora sono io.